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Gabriello Chiabrera
Amedeide

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LIII

 

Indi sul colmo de l'eteree sfere

Ratto sen va per lo sentier superno,

, 've d'Angeli sacri immense schiere

Cantano gloria al gran Monarca eterno;

Ed ecco sorge in su le piume nere

Austro di Libia ad eccitar gran verno

Contra le navi, e dissipate e rotte

Nel grembo irato il vasto Egeo le inghiotte.

 

 

FINE DEL CANTO XXIII.


 

 

 

ANNOTAZIONI

 

AL CANTO XXIII.

 

L'argomento postovi dal Poeta dice brevemente così: «Amedeo risanato va coi Rodiani al tempio, e si rendono grazie a Dio per la vittoria

Le osservazioni critiche del Cav. d'Urfè sono molte, ma perchè fatte sul MS. non più rispondono in tutto al poema, qual si legge in istampa. Non piace, a cagion d'esempio, al Critico, che l'Autore faccia «predire par S.t Maurice les actions du Duc Emanuel Philibert et de V. A. (del Duca Carlo Emanuele).... il devoit mettre la bataille de S.t Maurice, et cela d'autant plus que c'estoit S.t Maurice qui parloitOra nella stampa la predizione si fa da S. Giovanni Batista; e molto convenevolmente, essendo il protettore de' Cavalieri di Rodi.

Quanto ai fatti che il Chiabrera non fece predire, e che il Critico suggerisce come degni d'essere predetti, trovasi quello de la prise de Monferrat; ma il Poeta che si godeva una pensione sulla tesoreria del Monferrato concedutagli da' Gonzaga, allora principi Sovrani di questo paese, non doveva toccare una corda così delicata, trattandosi di fatto recentissimo, con certezza di offendere il Duca del Monferrato suo benefattore.

E perciò, tralasciando quelle cose che l'Urfè vorrebbe nel poema, che sono consigli non critiche, dirò di due difetti da lui notati in quest'ultimo canto Nella St. 6. dice il Batista ad Amedeo:

 

L'armi ch'avesti tu dal ciel superno

Io porterolle a le magion divine,

E ne l'alto serberansi appese

Per darle a' tuoi nelle più gravi imprese.

 

E il Critico: «Je trouve aussy que d'avoir osté les armes divines a Amedee n'est pas bien a propos, parce que jamais Dieu ne nous oste les graces qui nous l'alt que quelque nostre demerite ne precede... mais i'eusse voulu les luy laisser, et pour montrer la particuliere protection qu'il plait a Dieu d'avoir a jamais de la Maison de Savoye, ie voudroit les luy laisser sa vie durant avec promesse de mettre les armes invincibles dans la Savoye et les garder la a iamais pour la conservation et assurance des estats de ses grands et iustes successeursConfesso il vero, quel ripigliarsi l'armi celesti date al Duca, non mi sembra invenzione lodevole; ma forse il Poeta non sapendo dove collocarle degnamente (chè il metterle in Savoja avrebbe potuto dispiacere a' dominj italiani della R. Casa) si volse al partito di farle trasportare colà dond'erano venute.

La censura seconda, ch'è pure l'ultima, cade sopra la chiusa del poema: i Cristiani vanno con Amedeo al tempio a render grazie all'Altissimo Iddio per vedersi liberati dal pericolo; benchè i Turchi o non siano ancora partiti dall'isola, o si trovino sulle navi vicino a Rodi. E bene osserva il Cav. d'Urfè che la vicinanza d'un nemico potente mantenendo il pensiero del pericolo, non lascia luogo ad allegrezza intera e sicura; e che perciò si doveva descrivere in primo luogo la tempesta che fece perire le navi co' Turchi fuggitivi, e poi condurre i duci, i soldati e il popolo tutto a ringraziare di tanto favore il Dio degli eserciti. Questa censura è lodevole, non solamente per la ragione addotta dal Francese, ma sì per quest'altra, che chiudendosi il poema col naufragio de' nemici, il fine ha una certa tristezza, che lascia una sensazione dolorosa negli animi gentili; dove al contrario, affondate le navi, perduti con esse i Turchi assalitori, viene il canto di grazie, l'allegrezza della vittoria, la sicurtà del paese; tutte immagini gioconde che dolcemente si spargono per l'animo del leggitore, facendogli dimenticare gli sdegni, il sangue e le rovine della guerra.

«Voila, Monseigneur, (concchiude il Cav. d'Urfè parlando al Duca) ce qui me samble de ce poeme qui a la veritè est beau et docte, mais que ie croy qui plaira plus aux savants qu'au vulgaire: aussi n'est il pas permis a tous de se servir de la masse d'Hercule.... J'ay remarqué ces choses a la haste et par le commandement qu'il a pleu a V. A. de m'en faire, parlant touttefois avec toutte sort de respect d'un si grand personnage qui est le Seigneur Chiabrera. »

Il manuscritto, dal quale abbiamo ricavato le critiche, serbasi nella Civica Biblioteca Berio, ed è copia tutta di mano del dottissimo Barone Vernazza fatta sull'originale in Torino nel 1791.


 

PARALLELO

 

DELL'AMEDEIDA MINORE

 

COLLA MAGGIORE.

 

L'Amedeida maggiore, ossia quella pubblicata dall'Autore, Genova 1620 in 4.º, è partita in canti 23, ed ha in tutto 1335 stanze: l'Amedeida minore, cioè quella impressa in Genova dal Guasco, 1654 in 12.º in soli 10 canti, contiene stanze 667. Non sarebbe senza qualche diletto l'investigare i motivi che indussero il Poeta a ridurre alla metà precisamente il suo nobil lavoro; ma la brevità delle nostre illustrazioni non ci consente di far lungo discorso. S'egli avverrà mai che sieno date al pubblico le lettere del Chiabrera a Bernardo Castello, delle quali il diligentissimo signor Ponthenier incominciò la stampa nel 1834, si avranno in esse molte notizie sull'accrescimento che o il Poeta o l'altrui desiderio andavano procacciando all'Amedeida; e chi vorrà tener conto di non pochi stralciamenti, s'accorgerà che vennero suggeriti all'irritabile autore da un pensiero di quella vendetta poetica, che involge nel silenzio i falsi promettitori e gli uomini ingrati. Consiglio più generoso sarebbe stato il cacciare da se l'iracondia, e rider degli uomini stolti; ma dovendo il Chiabrera troncare tanta parte del poema, malagevolmente poteva resistere alla tentazione di far una forse giusta, ma non leggiadra vendetta. Come che sia, ecco un parallelo delle due Amedeide, che può tener luogo di ambedue l'edizioni; stantechè il Poeta nulla mutò dell'elocuzione, nulla dell'ordine, nulla delle parti fondamentali: troncò de' canti interi, delle descrizioni, delle dicerie, degli episodj, ma con avvedimento così sottile, che le cose stralciate si potrebbono rimettere a' luoghi proprj senza guastare l'Amedeida minore. Per qual forma il facesse, diciam brevemente.

I. Il primo canto della minore è quel desso che si ha nella maggiore.

II. Una sola variante si osserva nel canto 2.º della minore, ed è indicata nelle nostre annotazioni: nel rimanente ambedue l'edizioni si trovano concordi.

III. Il canto 3.º della minore non differisce dal terzo della maggiore, se non se in questo, che mancano ad esso le stanze 8, 9, 10, 11, 15, 47 e 48 della maggiore. Le poche varianti si leggono registrate nelle nostre annotazioni.

N.B. I canti IV. e VI. della maggiore furono soppressi interamente nella minore.

IV. A formare il canto IV. della minore concorsero il V. e il VII. della maggiore: cioè fu conservato tutto il V, meno le stanze 9-18, 36, 37, 38, 39, e meno le ultime quattro; e i troncamenti furono compensati con introdurvi le stanze 1-22 del canto VII. Le annotazioni al canto V. della magg. additano le varianti dei due testi.

V. Per comporre il canto V. della minore si adunarono le spoglie dei canti VII. VIII, e IX. della maggiore.

Del VII. si ritennero le st. 23-59, meno le st. 26, 27 e 47. La 72. che nella maggiore diceva,

 

Feroce, atroce, e fa sanguigni i lidi

Fra pianti avversi, fra dolor, fra gridi;

 

nella minore vedesi racconcia così:

 

Feroce, atroce; ma tra furie accensa

Su 'l risco Aletto d'Ottoman ripensa.

 

Il canto VIII. diede le st. 15-39.

Il canto IX. contribuì le st. 36 fino alla 55. ch'è l'ultima del IX. nella maggiore e del V. nella minore.

N.B. Il verso della st. 36. canto IX. della magg.

 

Amedeo seco: ei di sua man l'adduce,

 

trovasi nel V. della min. mutato nel seguente:

 

Così dicendo, di sua man l'adduce.

 

VI. Il canto VI. della minore formasi del X. della maggiore, soppresse in quella le st. 48, 63 e 68, e racconciato il primo verso dell'ultima nella maniera seguente:

 

Così dicendo, a l'infernal soggiorno.

 

VII. Può dirsi che il canto VII. della min. altro non sia, se non se l'undecimo della maggiore. La differenza consiste nello stralciamento delle st. 24, 40, 45, 46, 47, 52 e 53; e nelle varietà di lezioni, che qui si registrano.

St. 44. magg.

 

Venuta a men nel duol che la trafisse:

Allora Irene ver Sangario disse:

 

nella min.

 

E venia manco: Irene indi diparte,

E si rinchiude in solitaria parte.

 

I primi due versi della st. 48. magg. sono così emendati nella min.

 

E prende ferro bene acuto, e franca

Pur con lo sguardo ec.

 

Similmente vi ha diversa lezione nella st. 54 magg. che nella min. si legge:

 

così tosto il molle petto aperse,

Che vaga Fama a raccontar si mise

Come a morte magnanima s'offerse

La bella Irene, e di sua man s'uccise.

A nunziocrudel ecc.

 

VIII. Quattro canti della maggiore cedettero alcuna parte delle loro ottave per formare il canto VIII, della minore.

Il XII. diede le st. 1, 38, 39-48, 51 e 58. Ma la 51. è rifatta nella min. come segue:

 

Cotale altier su l'arenosa riva

Giva Ottomano, e fra le schiere egli erra,

E dovunque nel campo egli appariva;

Nessun la bocca a le sue glorie serra;

Et Amedeo da l'altra parte usciva

A franca far la rodiana terra;

E fra gridi magnanimi cosparsi

Fermo alquanto ciascun fa rimirarsi.

 

Il primo verso della st. 58 così è scritto nella minore:

 

Movonsi poscia a la battaglia, e crudi ecc.

 

Dal canto XIII. passarono nell'VIII. della min. le stanze 1-19 e 37-41. Il ritratto di Megapente che occupava le tre st. 42, 43, e parte della 44, trovasi compendiato in una sola:

 

Costui fra l'armi e fra l'orror di Marte ecc.

 

Le altre st. 44, 45, 46, 55, 56 e 57 sono pure concorse alla formazione del canto VIII.

Nulla contribuì il XIV. stralciato interamente.

Il canto XV. diede le st. 1, 2, 4, 12, 13-32. e la 51. Ma nella 2.ª della magg. leggevasi Tomandro; dove nella min. si legge, e meglio, Timandro.

Una sola stanza potè salvarsi del canto XVI. Per passare nell'VIII. con questa variante:

 

Ma poi cosparge d'un odor possente.

 

Per altro tra la st. penultima e l'ultima del canto VIII, della minore apparisce una lacuna, chi ne considera il senso; ma non sapremmo come restituire la vera lezione.

IX. Anche il canto IX. della minore componsi di brani tolti a diversi canti della maggiore.

Il XVII. diede le st. 2-7, 18, 40, 41, 42, 43, 57 e 58. Le due st. 44 e 46 vennero dal Poeta ristrette in questa forma:

 

Ma sì fatte d'amor memorie antiche

Dentro il seno del tempo anco ben chiare,

Benechè per uso a gioventute amiche,

Al giovinetto cor poco eran care:

Quinci lasciando le campagne apriche

Ove Scamandro se ne corre al mare,

Ei venne a Rodi, e fra cotante squadre

Armarsi volle e seguitare il padre.

 

La st. 57. varia così nella minore:

 

Feroce oltra l'etate or quì saetta,

E dal suo segno in discoccar non erra:

Ma gridava il Baglione: oggi n'aspetta ecc.

 

Nulla potè contribuire il canto XVIII. Troncato al tutto dal poema.

Il XIX. porgeva le st. 1-35.

Dal XX. s'ebbero le st. 1, 2, 3, 4, 5, 6, 35-50.

Furono tratte dal canto XXI. le st. 1-9, 13, 14 e 15.

X. Il canto X. ed ultimo della minore si compone di spoglie rapite a' tre ultimi della maggiore.

Dal canto XXI. passaron nel X. la stanza 20; i primi sei versi della 21 e gli ultimi due della 24; le st. 31-40; 42, 43, 44, 45, 46, 47, 48, 49, 50; i primi sei versi della 51, e gli ultimi due della 53; le st. 54-59.

Il canto XXII. porse la st. 14. così ritoccata:

 

E tosto inverso lei volgendo il piede

Mesto Ebram da la sua fe sospinto;

 

la 15; la 19. col primo verso così rifatto:

 

A che deggio, Ebrain, dianzi beata;

 

la 22 col primo verso racconcio in tal guisa:

 

Deh! che dich'io? se la presente sorte

 

la 23, la 24, la 25. La seconda metà della st. è così rifatta nella minore:

 

Et egli un vaso le ne ripieno,

Che tosto de la vita i varchi chiude,

Indi fuore se n'esce. Ella dolente

Così parlò sovra il destin presente:

 

Le altre stanze del XXII. conservate nella minore, sono la 30, e la 31. Avvi qualche varietà ne' primi versi della 37, che nella minore si leggono in tal forma:

 

Cotanto appena il rio demon favella,

Che s'involve di nebbia atra e profonda,

Ma lascia l'oro avvelenato, ed ella

Ponselo a bocca, e tutto il sen n'inonda.

 

Hannovi senza discrepanza le st. 38 e 39.

Dal canto XXIII. trasse il Poeta la st. 1. con ritoccarne il verso primo,

 

E già correa del ciel l'alto sentiero;

 

e le st. 2, 3, 4, e 5. La 6. ha una variante di molto rilievo: nella magg. diceva:

 

Per darle a' tuoi nelle più grand'imprese,

 

e nella min. vi si legge,

 

Per darle a' Grandi nelle grav'imprese.

 

Appresso si trovano le st. 18, 19, 20, 21, 22 e 23. La 35. sta nella min. con una leggerissima variante:

 

Quì l'italico Re lunga dimora ec.

 

Chiudono la minore le st. 50, 51, 52 e 53 che similmente impongono fine alla maggiore.


 

 

 

GLI ARGOMENTI

 

DI ANDREA PESCHIULLI

 

ALL'AMEDEIDA MINORE.

 

La discrepanza già rilevata tra le due edizioni dell'Amedeide, spiega il motivo perchè non ci fu possibile dare gli argomenti del Peschiulli nelle annotazioni appiè d'ogni canto di questa nuova edizione. Ma fedeli alla nostra promessa di raccogliere in un solo volume e la maggiore e la minore, trascriviamo in questo luogo le ottave molto lodevoli di quel letterato idrontino.

 

Arg. del canto

I.

vedilo a facc.

28.

»

II.

»

57.

»

III.

»

86.

»

IV.

»

128.

 

Arg. del canto V:

 

Irrita i Turchi Aletto, e l'empio Alete

Cade percosso da fulmineo telo;

E d'orrore i Demonj, onde si viete

La morte ai Saracin coprono il cielo

Passa Amedeo dentro le mura, e liete

Voci innalzan colà giubilo e zelo.

Visita Folco i suoi piagali amici,

E di vera pietate empie gli uffici.

 

Arg. del canto VI:

 

Fassi Aletto Licasta, e i suoi consigli

Sultana uditi, ad Ottoman s'atterra,

E mesta il volto e lagrimosa i cigli

Pregalo invan d'abbandonar la guerra:

Quindi soccorso ai barbari perigli

Scende la Furia a domandar sotterra:

Riede poi con Megera, e lor va dietro

Puzzo et orror caliginoso e tetro.

 

Arg. del canto VII:

 

Narra Sangario a la Reina afflitta,

Dopo scongiuro abbominato e forte,

Che se non cade vergine trafitta,

Fiera minaccia ad Ottoman la sorte.

Odelo Irene, e come altier le ditta

Desio di bella gloria, offresi a morte;

Quindi s'uccide, e in formidabil guisa

Piange il Soldan su la donzella ancisa.

 

Arg. del canto VIII:

 

Fassi atroce battaglia: ivi sì fiera

La spada aggira il Cavalier Sovrano,

Che tenta l'implacabile Megera

Sottrarre i Turchi al di lui braccio invano.

Ma quando svena più l'alma guerriera

In mezzo a' flutti dello stuol pagano,

Move l'inferno atra procella, e forse

Colà cadea, ma il cielo a lui soccorse.

 

Arg. del canto IX:

 

Tre fiate Ottoman con man ferrata

Di fulgid'asta il corridor sospinge,

E tre di Rodian falange armata

D'Acutissimo ferro il risospinge.

Quivi Aletto di rabbia arsa, infocata,

Pure al soccorso d'Ottoman s'accinge;

I metallifolti ella dirada,

Et egli corse et occupò la strada.

 

Arg. del canto X:

 

Geme l'inferno, e miserabil more

Sull'estinto Ottoman l'egra Sultana;

E il gran Batista in sul notturno orrore

Scende al Guerrier che vinse in guerra, e il sana

Partono i Traci alfin da Rodi, e l'ore

Trovano amiche, e chiara è l'onda e piana;

Ma sorge verno, e dissipate e rotte

Il tempestoso Egeo le navi inghiotte.

 

 

 

FINE.

 

 

 

V. PAOLO Amedeo GIOVANELLI

 

Prev. a S. Don. Rev. Arc.

 

V. Per la Stampa MARONE.

 



[1] Benchè il Chiabrera non dica per qual motivo Giovanni suo zio abitasse in Roma, io credo poter affermare che ciò fosse per ragione di commercio. Certo è che Augusto fratel naturale del Poeta maneggiava in Roma la dote di Lelia; e maneggiare qui significa mercanteggiare. Lelia era di casa Pavese; e che i Pavesi eziandio tenessero negozio in Roma, è cosa notissima. Sappiamo similmente che al commercio applicavano nella capitale del mondo cattolico i Siri, ragguardevole famiglia di Albisola. Erano speculazioni commerciali di banco, che non offuscano la nobiltà, secondo che dimostra il Conte Napione nella sua dissert. sulla patria di C. Colombo. Ma il Chiabrera che voleva comparire nelle Corti, non ha parola, da cui si ritragga il negoziare de' suoi, i quali sopperivano coll'industria alla strettezza del nostro territorio. E a dirla schietta, io penso che pure a motivo di negozj fosse in Roma all'età del Chiabrera un ramo degli Spotorno; e l'argomento dal vedere che la casa avevano a Ripa grande, e la sepoltura in S. Francesco a Ripa, come insegnano le iscrizioni che vi si leggono tuttavia.

[2] Il marchese Maffei nell'Arte magica dileguata riferisce che il dotto P. Lebrun nell'opera des pratiques superstitieuses» ebbe fede a colui che gli riferì «come suo padre e sua madre per sette anni erano stati inabili, e che una vecchia ruppe il maleficio e li lasciò liberi.» E qualche chiesa particolare di Francia, non mai la Romana, lasciò trascorrere ne' Rituali diocesani alcun cenno di tali malie per inabilitare gli sposi.

[3] Molte di queste notizie si trovano nel Viaggio per la Liguria del sig. Bertolottì; ma e' le trascrisse assai fedelmente dal tomo IV. della Storia Letteraria Lig.

[4] Abbiamo i Sermoni del Chiabrera corretti sovra d'un testo a penna ed illustrati, Genova, 1833 in-12.° e in-8.° per gentil cura del chiar. Prof. Ab. Rebuffo che intitolò quest'edizione all'illustre suo amico Prof. Bertoloni.




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