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| Gabriello Chiabrera Amedeide IntraText CT - Lettura del testo |
Sì l'oste in trapassar non men guerriera,
Ch'altieramente dimostrossi adorna;
E quando da mostrarsi altri non era,
Verso i tetti reali il Re sen torna.
Ma fin, che Febo il carro inchini a sera,
La plebe i ferri ad apprestar soggiorna
Dentro le tende, ed hanno i cor conversi
A via più farli impiagatori, e tersi.
AL CANTO I.
L'anno 1654, per le stampe di Benedetto Guasco si pubblicò in Genova in forma di 12 la - Amedeida poema eroico di Gabriello Chiabrera con gli argomenti in ottava rima del Forestiero Idrontino e con la vita dell'Auttore (sic) da lui stesso descritta - Dopo la dedicatoria del Guasco a Gio. Francesco Tasso, e dopo l'avviso dello Stampatore, si leggono le parole seguenti:
«Questo poema esce in luce nella forma, che l'Autore lo compose da prima, e vivendo volse, che così appunto si stampasse.»
Come avvenisse che un poema composto dapprima di soli canti dieci, qual si legge nell'edizione del Guasco, crescesse fino a canti 23, quanti se ne contano in quella del Pavoni, può vedersi nelle lettere del Chiabrera a Bernardo Castello, che si stampano dal signor Ponthenier.
Avendo promesso di dare in questa nostra edizione l'una e l'altra Amedeide, e non volendo ingrossare il volume, si è pensato di collocare appiè di ogni canto della maggiore tutte le varietà che s'incontrano nella minore; notando accuratamente tutto ciò che non è in questa e si trova in quella, e riscontrando minutamente l'uno e l'altro esemplare per cavarne le varianti.
Nell'Amedeide minore, innanzi al canto primo si legge così:
«Che uno Amedeo di Savoja già difendesse Rodi, è fama universale: alcune istorie dicono ch'egli la difendesse da Ottomano Signore de' Turchi; ma qual modo fosse tenuto in difenderla, non si racconta distintamente: come potesse avvenire narrasi in questo poema, per dare diletto a' Lettori.»
Il Forestiero Idrontino che fece gli argomenti all'Amedeida minore, è Andrea Peschiulli, natio di Corgliano in terra d'Otranto, e perciò detto latinamente Idrontino; e stampandosi quegli argomenti in Genova, tanto lontana dalla sua patria, con ragione poteva darglisi il titolo di Forestiero. Fu amico di alcuni Genovesi, e specialmente del famoso Padre Angelico Aprosio, che ne fa onorevol memoria nella Biblioteca Aprosiana pag. 336 e segg.
Argomento del Peschiulli al canto I. dell'Amedeida minore.
Prega per Rodi il gran Battista, e scende
Angelo in Sciro, onde Amedeo ritrove;
E 'l famoso Guerrier, poichè l'intende.
Inver l'isola oppressa indi si move.
Scorgelo Aletto, ed Ottomano accende.
Perchè gli assalti alla città rinnove;
Ma il fiero Trace a la Sultana a lato
Vede prima in gran campo il Campo armato.
Nell'edizione dell'Amedeide maggiore, Genova, Pavoni, 1620, in 4.° dopo il frontespizio si legge il Contenuto del poema, che giudichiamo lavoro del Chiabrera. In esso con poche parole si dà il sommario d'ogni canto. Quello del primo dice così:
«Nel primo canto l'Angelo invita Amedeo a Rodi; il Diavolo ne dà notizia ad Ottomano: egli fa rassegnare; e si parla di Sultana sua Dama.»
NB. Ambedue l'edizioni di questo poema leggono Amedeida, non Amedeide. Non vi hanno varie lezioni nel canto 1.°.
Giudizio dell'Amedeide presentato con data del dì 14 dicembre 1618 al Duca Carlo Emanuele I. da Onorato d'Urfé, Gentiluomo francese a' servigj della R. Casa di Savoja, Marchese di Valromey, e Cavaliere dell'Ordine supremo della SS. Nunziata.
1. Non piace al Critico che il Poeta abbia detto, come Dio
Per le colpe di Rodi in ira sorse,
C'avean d'ogni pietà varcato i segni.
«Je voudrois plus tost dire, que les Esprits infernaux.... susciterent cet Ottoman pour ruiner les habitans et deffaire du tout celle sainte Relligion (des Chev. de S.t Jean).» Ma il Poeta partì da un principio già proclamato dall'Ariosto, per non citar quì Teologi ed Ascetici, che cioè le guerre barbare o ingiuste, sono da Dio permesse a punire i peccati de' monarchi e de' popoli.
2. Giudica un peu froide la preghiera del Batista, e vorrebbe che S. Giovanni avesse numerate ad una ad una le belle imprese fatte da' Cavalieri e da farsi. - Forse è vero che la preghiera è un po' fredda; ma doveva egli il Batista ricordare a Dio i meriti della milizia di Rodi? Forse che Dio ha bisogno di sapere le cose per le parole de' Santi?
3. Alla preghiera del Precursore Dio si mosse a pietà. Quì nota il Critico: «il faloit que le perdon fui ou devancé, ou suivi de repantance et de quelque grande peniiance faitte par eux.» Ma è cosa verisimile che il Poeta volesse dimostrare quanto sia efficace presso Dio la intercessione del Batista.
4. L'Angelo rimproverando Amedeo, che stava in ozio, così gli dice:
Ma qual poscia in Italia, almo paese,
Fia sculto marmo a le tue chiare imprese?
Spiace al Critico, che il Poeta ristringa la gloria d'Amedeo «toutte en Italie, qui est, ce me semble, une bien petite partie de la terre.» Credo che il Chiabrera, sempre intento ne' suoi versi alla gloria d'Italia, volesse far comprendere che ad un Principe che possedeva già una bella parte del nostro paese, doveva star a cuore d'esservi specialmente onorato.
5. L'Angelo nel suo primo favellare ad Amedeo, ha tutte le apparenze d'un uomo; e nondimeno il Duca gli dice:
Vivi mortale, od immortal....?
Se m'appari celeste, ecco io t'adoro.
Quì starei con l'Urfé, e mei perdoni il Poeta.
6. «Les Turcs se razent tous la teste, et ne portent jamais cheveux.» Dunque errò il Poeta e in questo canto 1.° e ne' seguenti, dando capigliatura ai Turchi.
7. Facendosi a descrivere l'esercito de' Turchi invoca la Musa; di che si sdegna l'Urfé, quasi che il poeta volesse immortaliser les Turcs. - Non merita risposta.
8. «Cette seconde invocation descript la Muse comme la premiere - Crine adorno di stelle e di raggi - Et etant touttes deux dans un même chant il semble qu'elles ne devoient rien tenir l'une de l'autre.» Ma il Chiabrera invoca nuovamente la Musa stessa già invocata nel cominciamento.
9. e 10. Il Poeta non conta se non se mille cavalli nell'esercito de' Turchi; e non descrive mai nè macchine, nè altri ingegni guerreschi che danno bella varietà ai poemi. - Può rispondersi, 1.° che in Rodi non doveva trovar luogo molta cavalleria; 2.° che i Turchi allora, e alcuni secoli appresso, valevano ben poco nell'arte di maneggiare le macchine da guerra.