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Gabriello Chiabrera
Amedeide

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L

 

punto men di quell'odor possente

Tutto l'asperge, onde sfavilla il guardo,

E ristorato il cor nulla non sente

Del sostenuto affanno il piè gagliardo;

Con esso in paragon forano lente

Orme disciolte di veloce pardo;

E tal s'invia dove Ottomano in guerra

Più sempre acerbo i Rodiani atterra.

 

 

FINE DEL CANTO XVI.


 

 

 

ANNOTAZIONI

 

AL CANTO XVI.

 

 

L'argomento postovi dall'Autore dice così: «Nel XVI un Demonio parla con l'Angelo custode d'Amedeo, e dall'Angelo gli si risponde, e si lascia confuso

Comincia il canto con la descrizione di un luogo amenissimo, in cui è ricoverato Amedeo. Ma il severo Cav. d'Urfè non si lascia vincere dalle delizie poetiche; e rimprovera il Chiabrera nella forma seguente: «Il y a peu d'apparance en la description du lieu qu'Amedee trouve, estant si beau, si delicieux, et tant de beaux arbres et telle quantité d'oyseaux si rares, n'y ayant apparance qu'ou les armees si grandes sejournent les lieux soient si bien conservez et le oyseaux si prives.» È censura da non dispregiare.

Simil giudizio parmi che si possa pronunziare sopra l'osservazione che siegue; cioè non essere cosa dicevole che nel tempo che gli altri combattono, un Cavalieregrande e sì prode, si riposi in ameni boschetti. E vana è la scusa della stanchezza di Amedeo; perciocchè s'egli poteva correre con prestezza dietro all'arciere nemico ch'era venuto di soppiatto a ferirlo con saetta, non era così stracco da non potere andarne al campo, dove la sua presenza doveva essere di momento grandissimo alla vittoria. Finalmente S. Maurizio ch'era ito nel paradiso terrestre a provvedere di che ricreare le forze del Duca, poteva così ristorarlo nel luogo della pugna, come nel bosco dilettoso.

La terza ed ultima censura dell'Urfè sul canto XVI sarà qui trascritta letteralmente: «Le (sic) discours de l'Ange custode de Rhodes et de Leviatan le demon sont si longs qu'ils tiennent une grande partie de ce chant; et je ne say pourquoy il donne au demon le savoir de prophetiser la peste qui est depuis avenue a Rhodes, veu que les Demons ne savent point les choses futures.» Quanto è della lunghezza de' ragionamenti tra l'Angelo e il Demonio, ha ragione il Censore; formando essi la parte maggiore del canto; e si può vedere dall'argomento qui sopra riferito, che il Chiabrera medesimo in quel dialogo riponeva la somma di questa parte del poema. Non deggio egualmente lodare l'Urfè dell'avere negato che il Demonio potesse predire la peste, che non tardò molto a palesarsi in Rodi. I Teologi concordemente attestano che gli Angeli rubelli, perduta la grazia e la gloria, non perciò rimasero privi del dono dell'intelligenza che conviene agli spiriti. Questa dottrina è notissima, e il proverbio volgare - ne sa più del diavolo - per accennare una somma acutezza d'ingegno, esprime appunto la dottrina delle scuole teologiche. il predire una peste vicina è da dirsi profezia; perchè tal flagello ha le sue cause in disposizioni naturali, che il Demonio conosce meglio e più presto che l'uomo: e quantunque ogni pestilenza si debba riconoscere come un flagello permesso o mandato da Dio a nostra punizione, cotal dottrina verissima non toglie che la causa prossima e materiale non si deggia trovare o nel cattivo nutrimento, o ne' miasmi, o in altre disposizioni sì all'uomo interne, com'esterne; di che lasceremo il discorso a coloro che professano la medicina.

N. B. Alla st. 13, v. 6. nella stampa si legge il Circasso; è un errore materiale che abbiamo corretto, mettendovi al Circasso.

Nella st. 24, v. 6 si legge «e procurate a' suoi crudi martiri.» Quel suoi è mal collocato, oscurando il senso: suoi vuol dire gli uomini di Ottomano.

Al v. 5 della st. 44 si leggeva vinto del sofferto affanno: abbiamo stampato dal per maggior chiarezza, ed anco esattezza.


 

 

 




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