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Gabriello Chiabrera
Amedeide

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LVIII

 

Domaste l'Asia, ed i superbi regi

Condannaste a soffrir dura catena?

Coglieste di tante palme i pregi

Per dissiparli quì su questa arena,

O d'Orïente vincitori egregi,

Ove viltate, ove timor vi mena?

Non vi cal d'Ottoman? così dicea,

E quinci orrenda la battaglia ardea.

 

 

FINE DEL CANTO XVII.


 

 

 

ANNOTAZIONI

 

AL CANTO XVII.

 

Il Poeta diede a questo canto l'argomento che siegue: «Nel XVII si narra la battaglia fra Ottomano e' Rodiani, mentre Amedeo era contra Turchi in riva al mare

La prima censura del cav. d'Urfè cade sopra un punto di tattica militare. Perciocchè vedendo Folco, Gran Mastro di Rodi, che i suoi erano per trovarsi disciolti e costretti a fuggire, ordinò che formassero un cerchio, ossia una battaglia ritonda, e che mostrando il volto rispingessero colle picche l'assalto de' nemici. È facile il vedere, che la battaglia ritonda si assomiglia (mutata la figura) al bataillon carré de' tattici moderni. Ora sentiamo l'osservazione del critico: «il dit que Foulques avait fait un bataillon de touttes ses gens tout entourné de piques et en rond, de telle sorte que rien ne le pouvoit offancer que les fleches: et touttes fois il dit qu'Ottoman a cheval en tue un grand nombre. Il samble qu'il y aye en cela de la contradiction.» Ma veramente il poeta attribuisce ad Aletto l'aver aperto quella selva di picche per dar luogo ad Ottomano d'entrare nel battaglione ritondo, e fare scempio de' Cristiani; cossicchè non vi ha errore d'arte militare.

Aggiunge l'Urfè non essere costume del Gran Signore de' Turchi l'entrare in battaglia, salvo il caso che v'abbia pericolo d'una grande sconfitta; e che perciò non doveva il Poeta far combattere Ottomano in uno scontro, dove non era perigliogrande. Parmi che il censore sia troppo severo: a' poeti si debbono dare consigli e precetti, non porre le pastoje.

Sottigliezza, non verità, ravviso nell'altra censura del cav. d'Urfè; dove riprende il Chiabrera per aver fatto che una saetta indirizzata da Valguarnera ad Ottomano, fosse traviata per cura d'Aletto (st. 17):

 

«....... fa volar spedito

Quadrel non vile infra maestri arcieri;

Ei ratto andava ad Ottoman nel petto;

Ma s'interpose e traviollo Aletto

 

Ciò non è possibile, dice l'Urfè, per non avere il Demonio cotal possanza; e se il Poeta intendeva imitare Omero, dovea ricordare che nel Greco sono Dei che fanno di sì fatti portenti, non sono demoni. Ma secondo la volgar credenza sull'arte magica, uno spirito infernale poteva operare cose troppo maggiori che non è il deviare una saetta dalla mira cui l'indirizza l'arciere.

Con migliore avvedimento scrive il Censore le parole seguenti: «Le discours d'Alcmar et de Giorgo est trop long et le poete fait quee Giorgo se tue sans raison, car ne voyant point son ami encores mort, il devoit le porter en lieu, ou il le peut faire panser, et s'il mouroit il luy eust esté alors plus permis de se tuer pour la perte de son amy, ou pour le suivre.» Non perciò approvo che Georgo potesse uccidersi per seguitare il suo amico; ma, come già dissi, l'Urfè era scrittore di Romanzi, e la virtù romanzesca non è la verace.

L'ultima censura non mi piace, dando colpa al poeta di ciò, onde altri dovrebbe lodarlo; stantechè accennando il Chiabrera la patria e la casa de' guerrieri si spianava la via ad onorare città e famiglie. »Alors qu'il nomme quelqu'un, il dit d'ou il est et quel il est et commant venu en ce lieu, ce qui interromt infiniment le discours; c'est pourquoy si ce n'est pour un ou deux dans tout un livre, les poetes ont accoutumé d'en dire fort peu en leur propre personne, mais la font dire par d'autres, ou aux revues generalles ou en quelque autre occasion.


 

 

 




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