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| Gabriello Chiabrera Amedeide IntraText CT - Lettura del testo |
Poi ch'oggi senza Panta il Ciel mi serba,
Dic'ella, in vita lagrimosa e dura,
Scorgimi tu dove ferita acerba
Sparse i begli occhi suoi di nebbia oscura;
Il nobil corpo, che si sta su l'erba,
Chiama da la mia fe' sua sepoltura;
Nè da quest'alma afflitta ella s'oblia.
Ratto ascoltando Dardagan s'invia.
AL CANTO XVIII.
«Nel XVIII si raccontano gli amori di Panta e di Alfange; e di Dardagano e di Berenice.» Questo è l'argomento postovi dal Poeta.
Le censure del Cavaliere d'Urfè sovra questo canto sono due. Ecco la prima: »Pante raconte a Dardaganio (sic) sa fortune, estant si blessée, qu'elle meurt a l'heure mesme: le poete la fait amuser en cet estat a descrire des choses ou il ny a pas apparance, comme a particulariser la beauté des habits d'Alfange et de son cheval, ny ayant pas apparance que se santant deffaillir elle s'amusat a ces petites choses.» Non ardirei allontanarmi dall'opinione del Critico.
Trascrivo la seconda: »Le discours long de Dardagonio (sic) avec sa maistresse est hors de temps, car il s'amuse a desduire (leg. descrire) les habits de sa maistresse et la douceur de son chant au lieu de vanger Pante, d'en aller querir le corps et l'enterrer, ou faire quelque autre chose conforme au lieu, au temps et la personne.» È verissimo che Dardagano si piace nel descrivere il vestire e l'adornarsi il capo di Berenice; ma non trovo che si fermi a parlare del canto di lei; avendolo appena ricordato nell'ultimo verso della st. 38:
Lieta formavi ora sorrisi, or canti.