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| Gabriello Chiabrera Amedeide IntraText CT - Lettura del testo |
Ma se 'l tenore è del mio mal sì forte
Ch'io non deggia aspettar, salvo tormenti,
Con franchezza di cor cerchiam la morte,
Sol refugio de' mesti e de' dolenti;
Tra queste amare voci apre le porte
A caldi pianti, ed a sospiri ardenti,
Straccia le chiome, e a gran furor percote
Pur con ambe le palme ambe le gote.
«Nel XXI. Amedeo uccide Ottomano; et Amedeo ferito si medica. Sultana piange sopra Ottomano.» Così l'argomento postovi dal Poeta.
Il Cav. d'Urfè trova molto da censurare in questo canto. Comincia con osservare che l'Autore «il fait combattre Amedee et Ottoman sans dire commant cela pouvoit estre, parceque de croire, qu'Ottoman soit veu (vu) combattre et mal traitté, et que les siens ne le secourent point il n'est pas vraysamblable, d'autant que ce n'estoit pas un combat assigné ny fait avec les assurances d'un coté et d'autre.» E vuol dire che l'incontro di Amedeo con Ottomano non essendo un combattimento singolare concertato secondo le regole invariabili dell'antica cavalleria, per le quali niuno poteva recare soccorso a' combattenti, è perciò cosa incredibile che i Turchi veggendo il duce loro in pericolo non si movessero a dargli soccorso. Ma si potrebbe dire in contrario, che sebbene i due campioni non avessero assegnato nè il giorno nè il luogo alla pugna, vero è non pertanto, che il dirizzarsi dell'uno contro dell'altro, lasciando qualunque altra cura degli eserciti, veniva a costituire ipso facto una singolar tenzone, in cui altri non si poteva introdurre senza disonorare se medesimo ed i campioni. E per tal motivo panni al tutto fuor di proposito il suggerimento del critico: «c'est pourquoy je pense qu'il ent esté fort a propos de faire que la foule de Turcs voulant secourir Ottoman les separe mais trop tard pour Ottoman qui meurt incontinant apres des grands coups receus.»
Meglio ponderata mi sembra la censura seconda. Finge il Poeta, che durando tuttora la battaglia tra' due campioni, l'eterno Dio,
Splendide d'or con infallibil mano,
Et ivi dentro in un momento appese
Che sperare e temer possa Ottomano;
Sua colpa in giù profondamente scese ecc.»
Ma il Cav. d'Urfè osserva come «la balance que Dieu prand pour savoir lequel des deux mourra, d'Amedee et d'Ottoman, est une imitation d'Homere en ce qui est d'Achile et d'Hector, mais ce me samble peu convenablement apropriee en ce lieu, car Homere dit que les dieux n'estoient pas resolu lequel devoit vaincre, et en ce combat il n'est pas ainsy, car puisqu'Amedee avoit les armes invincibles et contre les quelles rien ne pouvoit resister, il est certain que Dieu avoit desia (deja)* resolu qu'il vincroit.» Ma con pace del Censore, qui si trattava non se dovesse aver la vittoria Ottomano ed Amedeo, sì se Ottomano avesse a cadere quel dì precisamente sotto la spada invincibile del Duca:
Giunto è l'ultimo dì . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . . . . .
Ora dunque Amedeo nel tragga a morte.»
Quanto al non potere Ottomano resistere alle armi di Amedeo, ciò vuolsi intendere con alcuna riserva: noi veggiam pure che
«Dal Turco infuriato esce percossa
Che Amedeo trova e nella coscia il fere
Gagliardo sì, ch'ivi tremar fe l'ossa:
Tosto che rimirò le vene altiere
La terra far del nobil sangue rossa ecc.»
Non è dunque da pensare che niun pericolo incorresse Amedeo combattendo coll'armi temprate dal favore celeste.
«De plus (continua il Critico) Achile et Hector estoient et l'un et l'autre soutenus par des dieux partials, ce qui n'est pas en ceux cy; car l'un qui est Amedee est du tout soustenu de Dieu. De plus la balance estoit pour peser lequel estoit meilleur: pour le moins il dit que les coulpes d'Ottoman le firent dessandre en bas: et en cela il samble qu'il outrage Amedee et sa prud'hommie de le balancer luy qui est si grand serviteur de Dieu avec un Turc qui en est si grand ennemi.» Ripeto che nel poema, secondo il testo a stampa, non si mettono sulla bilancia i meriti di Amedeo e di Ottomano, ma solamente si determina se le colpe del Turco sieno giunte a quel segno che provoca il colpo finale della vendetta, ossia giustizia divina.
«Il dit que les esprits inferneaux pleignoient autour du corps d'Ottoman; et peu au paravant il avoit dit que l'Ange les avoit par comandement de Dieu ranfermé tous en enfer, et mesme (XX. st. 38) il en fait une longue description.» L'ordine dato da Michele agli spiriti rubelli non era già che più non uscissero d'inferno, ma che più non osassero portare soccorso agli Ottomani: canto XX. st. 48:
«Ma quì non sia chi sovvenir l'oppresse
Schiere con opra o con pensier pur tenti.»
Quantunque le osservazioni critiche dell'Urfè sul canto XXI sieno assai deboli prese partitamente, tuttavia nel complesso non sono d'aversi a vile; e concorro di buon grado con esso lui a giudicare poco avvedutamente introdotto l'episodio delle bilance nella mano di Dio, trattandosi di cristiani e d'infedeli, e di guerra apertamente ingiusta dalla parte de' Maomettani.
L'ultima censura cade sull'arte militare; ed in questa, come si è detto più volte, il Chiabrera mancava di teoria e di pratica: «Il fait que les Chrestiens se retirent apres ce combat d'Ottoman dans Rhodes, sans dire commant les deux armees se separent, et tout aynsi que si c'estoit une chose fort aysee et de nulle importance.
N. B. Nella st. 29 si legge: ma che da Rodi ecc. può stare così; ma forse piacerebbe meglio; nè che da Rodi ecc.
La st. 58 è difettosa nelle rime, così nell'ediz. in 4.°, come nell'Amedeida minore (X. 37): si poteva emendare:
«Trassi gli altar con empie forze a terra?
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Deh spengansi del sole i raggi accesi.»
ma nulla si vuol mutare senza l'autorità de' testi antichi.