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Gabriello Chiabrera
Amedeide

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LXXII

 

Qual su schiera d'augei, che 'n ripa al fiume

Gode bel sol di boreal stagione,

Spronato da digiun batte le piume

Con unghia ingorda il peregrin falcone:

Tale infra Turchi oltra l'uman costume

Se stesso avventa l'immortal campione,

Feroce, atroce; e fa sanguigni i lidi

Fra pianti avversi, fra dolor, fra gridi.

 

FINE DEL VII. CANTO.


 

 

ANNOTAZIONI

 

AL CANTO VII.

 

L'argomento del canto VII viene così compendiato dal Poeta: «nel VII l'Angelo porta ad Amedeo armi: egli assale il campo de' turchi e lo mette in ispavento.»

La prima stanza del canto VII dell'Amedeide maggiore è la 47 del canto IV della minore, il quale ha termine nella st. 22 del VII della maggiore che comincia: Sbieca le luci ec. Il canto V. della minore, principia con la 24 del settimo della maggiore» Quinci Aletto crudel ec. Le stanze 26, 27, 47, 50 a 71, non si leggono nella minore, e quella che nella maggiore è la 72 ed ultima del VII, nell'altra è la 25 del V, e dice con diversa lezione così:

 

Qual su schiera d'augel, che in ripa al fiume

Gode bel sol di boreal stagione,

Spronato da digiun batte le piume,

Con unghia ingorda il peregrin falcone,

Tal infra i turchi, oltra l'uman costume,

Se stesso avventa l'immortal campione:

Feroce, atroce; ma tra furie accensa

Su 'l risco Aletto d'Ottoman ripensa.

 

Le parole scritte in corsivo veggonsi nella maggiore alla st. 14 del canto VIII, con qualche varietà di lezione; come a suo luogo diremo.

Le censure di Onorato d'Urfè sono molto prolisse; e perciò ne daremo brevemente la sostanza.

Non piace al critico che Amedeo riceva le impenetrabili armi celesti; perciocchè «faire faire tous par la force des armes, et par les miracles c'est luy (ad Amedeo) ravir une grande partie de sa gloire.» Osserva che Omero lascia ad Achille un endroit par ou il peut estre blessé; e che Virgilio non dice che fossero invincibili le armi temperate nella fucina di Vulcano per Enea. Conchiude il Censore: «Adunque io vorrei, per lasciare qualche luogo alla virtù del grande Amedeo, dargli quest'armi, mettendo però certe condizioni alla forza; come, se l'Angelo gli dicesse: Quest'armi sono così fatte, che nulla ti potrà resistere, se tu sei prode, se tua speranza metti in Dio, se i tuoi disegni sono tutti ad onore e gloria di lui; se la fatica non ti abbatte: se non ti abbandoni alla voluttà ed ai vizj, e somiglianti condizioni; perchè in tal guisa, oltre l'elezione di Dio, sarebbevi alcuna cosa di proprio, che farebbe crescere in pregio l'Eroe.

Nota poi, come cosa fuor d'ogni verisimiglianza, che Amedeo, e pressochè tutti gli altri combattenti, uccidono i nemici con un solo colpo; tranne Ottomano; la quale cosa non è poi vera così sempre, come dice il Cav. d'Urfé, e ne abbiamo già toccato altrove.

St. 21. Canta il poeta che un maomettano ad Amedeo

 

L'elmo percote: ei come selce alpestre

Saldo la piaga scìtica sostenne.

 

E il censore, rammentato, poco gentilmente invero, l'antico proverbio «conviene che il mentitore abbia buona memoria» aggiunge che il Chiabrera non ricordando più le armi impenetrabili date ad Amedeo «il escrit qu'un turc le frappe sur l'eaulme, et le blesse - saldo la piaga scitica sostenne.» Ma forse il poeta usò piaga per colpo: benchè non mi sovvenga esempio di tal significato.

St. 25-29. Abenamar, vedutosi sul punto di essere ucciso da Amedeo,

 

«...l'arco di gemme luminoso

Depose in terra e la faretra armata;

E ginocchiato in ripregar mercede

Umil baciava al gran nemico il piede

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

«...et Amedeo che in seno

Chiudea memoria de' voler divini...

...con la manca man gli afferra i crini

E colà con l'acciar colpisce appieno,

Ove il petto e la gola han suoi confini;

Quei supin cade, et Amedeo calpesta

Le fredde membra; e di ferir non resta.»

 

In questo luogo il cav. d'Urfè trova degna di grave riprensione la crudeltà attribuita ad Amedeo; e dice non vedere nel poema che l'Eroe abbia ricevuto ordini divini così severi, che non lascino luogo ad un atto di pietà. E il calpestare le membra del nemico ucciso, è fatto non degno di alto cavaliere. Ricorda poi che i turchi non nutriscono i crini; facendosi rader la testa, che cuoprono col turbante. Ma forse non è rigorosamente vero, che tutti i maomettani si radano affatto il capo. Nel Genovesato si afferma che lasciavano un ciuffo di capegli, detto dal volgo nostro sciscìa.

St. 66. Narra il poeta che Oronte

 

Avventa di due punte una zagaglia

Inverso il sen che 'l vincitore ha nudo.

 

«Je ne say pas (dice il critico) commant il l'arme de toutte piece, et puis qu'il die qu'il a le flanc et le sein nud.» Sarà una distrazione del Chiabrera.


 

 

 




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