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Remigio Zena
L'ultima cartuccia

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II

 

- Sergente Faraone, dopo le arringhe del Pubblico Ministero e del difensore, la legge vi concede ultimo la parola.

- Grazie.

- Rinunciate?

- Rendo grazie alla legge che mi offre il mezzo d’afferrarmi a un’ultima tavola di salvamento e supplico il Tribunale di non ascrivermi a colpa se rimasi fino a questo punto nell’incertezza angosciosa d’approfittarne.

- Dite pure.

- Non so troppo come incominciare. Prima di tutto vorrei che non mi si accusasse d’aver fatto perdere al Tribunale un tempo prezioso, d’aver sciupato in gran parte l’eloquenza del Pubblico Ministero e la generosa difesa del mio avvocato; giuro che se rimasi perplesso fino ad ora, una battaglia terribile si è combattuta nell’animo mio dacché cominciò il mio interrogatorio... cinque giorni interi, cinque giorni e quattro notti di spasimi, di paure, d’ondeggiamenti, senza sapermi risolvere... illudendomi, sperando sempre in un avvenimento nuovo, in un miracolo, che mi liberasse dalla più mortificante delle confessioni!...

- Voi dunque confessate?

- ... Ancora adesso, un minuto fa, quando il signor Presidente mi dava la parola, fui sul punto di non accettarla, e qualunque fosse stato il destino che mi attende, portare con me il mio segreto; ripetevo a me stesso: che serve? I giudici non ti crederanno e per dippiù, oltre essere bugiardo, sarai anche vile ai loro occhi! Vile, come lo sei ai tuoi occhi in questo momento!

- Perché vile? Fatevi coraggio, non lasciatevi abbattere: la confessione non è mai una viltà, nemmeno quando è suggerita dalla paura; può essere un eroismo talvolta, può essere un segno di pentimento e di redenzione.

- Ho tutta la mia vita da redimere, signor colonnello, breve d’anni, troppo lunga d’errori, e se bastasse la confessione a redimerla, quasi per intero lei me l’ha già strappata dall’anima la confessione, signor Presidente! - Ma non si tratta di ciò: son vile perché dopo tante oscillanze tra la voce dello spirito e le tentazioni della carne, ho finito per cedere alla carne, alla carne inferma, alla carne miserabile che ha paura! Son vile, perché sarei ancora in tempo a tornare indietro se volessi, e non ne ho più il coraggio!

- Calmatevi. Volete che io sospenda l’udienza per pochi minuti? Potrete ripigliare la vostra difesa quando sarete più tranquillo.

- È inutile. - Signori del Tribunale, ora la carta è gettata. Ebbene, sì: ho mentito! sfacciatamente, ribellandomi a tutti i testimoni, a tutte le prove che sorgevano contro di me da ogni parte. Finché si trattava dei Carabinieri che mi avevano incontrato sulla strada di Sulmona o del mio portasigarette rinvenuto a Roma nell’ufficio telegrafico, anche del soldato Cenatiempo che giurava d’avermi visto, d’aver parlato con me la mattina del 29 alla stazione di Napoli, avevo tanto in mano da difendermi, da infirmare queste testimonianze, per lo meno da avvolgerle in una nebbia di sospetto che mi sarebbe stata favorevole, ma quando comparvero nuovi testimoni in virtù del potere discrezionale, scovati dalla sagacia del Presidente, e costoro; come la signorina Ada Mesener canzonettista e la sua cameriera, confermarono il mio passaggio per Roma, ovvero come i conniugi Tortora negarono dapprima e poi ammisero d’avermi ospitato qui in Napoli, nella casa loro, il 28 giugno, dopo essere stati avvisati dalla Di Crescenzio del mio arrivo, allora ogni resistenza da parte mia diveniva impossibile e assurda, eppure seguitai a negare colla persistenza insensata di chi affoga e si attacca agli specchi o ai rasoi e protestai sempre più, accusando di falso i testimoni, di non esser venuto a Napoli durante la licenza, perché tale era il mio dovere, perché mantenevo un segreto che non è mio, e se fossi un galantuomo e un gentiluomo, a rischio d’essere condannato a dieci, a vent’anni di reclusione, all’ergastolo, alla forca, dovrei seguitare a negare!

Ebbene, ammetto d’essere partito da Sant’Eufemia il 27 giugno in bicicletta e da Sulmona in ferrovia per la linea d’Avezzano, d’aver toccato Roma dove per poche ore ebbi ospitalità dalla Mesener, d’essere arrivato a Napoli il 28 nel pomeriggio recandomi in casa dei coniugi Tortora presso i quali avevo lasciato in custodia i miei abiti militari, d’esserne ripartito all’alba del 29 e d’essermi incontrato quella mattina col soldato Cenatiempo. Il destino che per mia maledizione mi perseguita dal giorno in cui venni al mondo, il destino, tragico nei suoi scherzi scellerati, volle che la stessa notte dal 28 al 29 si perpetrasse il furto nella Caserma del mio Reggimento, accumulò sul mio capo tutta la varietà degli indizi perché fossi ritenuto io l’autore del misfatto. Ebbene: di questi indizi, qual è il maggiore, il più grave, l’unico veramente che si possa chiamare indizio? La mia venuta a Napoli. Ebbene: son venuto a Napoli, lo ammetto, lo confesso, lo dichiaro ad alta voce, me ne vanto se vi fa piacere; il Pubblico Ministero ha stabilito su questo punto la sua piattaforma, il difensore ha adoperato per combatterlo e annientarlo tutti gli argomenti erculei del suo ingegno; tempo perso e fatica sprecata; son venuto! condannatemi, sopra questo miserabile indizio!

Mi credano i signori giudici o non mi credano, rida o non rida il signor avvocato fiscale, certo è che, a voce, qualunque spiegazione mi si domandi, io non la darò. Indovinate. - Ho spedito da Roma un telegramma firmato Radamés a una Rosa Di Crescenzio, e poiché dovevo di necessità adoperare un nome convenzionale per tenermi celato, mi giovai della Di Crescenzio per due motivi: primo, perché i coniugi Tortora la Erma Radamés non l’avrebbero compresa e assolutamente mi occorreva che in occasione delle due feste non si recassero in campagna, dovendo vestire la divisa che tenevano in casa loro; secondo, perché la Di Crescenzio avrebbe saputo tra le righe del mio telegramma leggere ciò che non era affatto specificato, e quindi informare del mio arrivo un’altra persona, la quale mi aspettava sempre con desiderio, ma non sempre aveva la libertà del suo tempo e delle sue azioni.

- Questa persona, suppongo, non intendete nominarla?

- ... Non la nomino.

- Che necessità vi spingeva a mutare i vostri abiti borghesi in quelli di divisa, allorquando in simili avventure la più grossolana prudenza vi avrebbe soggerito il contrario?

- Gli abiti borghesi che indossavo erano ridotti in uno stato miserando, addirittura indecenti, per essere caduto di bicicletta lungo la strada, come mi pare d’aver detto nel mio interrogatorio, e non avevo con me sufficiente denaro per procurarmene dei nuovi.

- Che avvenne della Rosa Di Crescenzio?

- Lo ignoro.

- La Questura ne ha perso le tracce, affermano i coniugi Tortora d’aver inteso vociferare che fino dallo scorso autunno, o anche prima, si sia imbarcata per l’Argentina.

- Lo ignoro.

- Pare che non avesse famiglia e vivesse di piccoli espedienti, più o meno fruttiferi in patria, ma certo non troppo lusinghieri né troppo facili per una donna già anziana che si trova ad un tratto sbalestrata in un paese dove non conosce né la lingua né gli usi. Ad ogni modo, è scomparsa. Come spiegate questa sparizione?

- Sono in carcere da molti mesi, l’ho ignorato fino a questi ultimi giorni e non so spiegarla neppur io.

- Neppur voi... non ostante la consuetudine dei segreti servigi che la Di Crescenzio vi prestava? Non ostante la reciproca intrinsichezza dei vostri rapporti?

- Così è, signor Presidente, e niuno più di me deplora una tale scomparsa, poiché la testimonianza della Di Crescenzio ora ridonderebbe tutta a mio vantaggio, confermando la giustificazione della mia venuta a Napoli.

- Avete altro da aggiungere?

- Ho da aggiungere che il Tribunale non potrà non tener conto della lotta acerrima che mi toccò sostenere in questi giorni di dibattimento, solo per non mancare al primo dovere d’un gentiluomo, perché non si dicesse che ridotto agli estremi, serrato dall’accusa in un cerchio di ferro, tentavo la mia salvezza inventando qui su due piedi un capitolo di romanzo sentimentale e misterioso. Ho da aggiungere che nessuna umiliazione mi venne risparmiata, ed io non proferii verbo e non mossi lamento, nessuna umiliazione - a fin di bene, non ne dubito, nell’interesse della giustizia, ma non per questo meno dolorosa - cominciando dalla pubblica esposizione della mia vita intima, delle mie miserande avventure, dei miei falli, dei miei rimorsi, delle mie ricadute; chi siede su questo banco taccia e sopporti, pianga e non invochi diritti: diritti non esistono per lui, tanto è vero che fin dal primo giorno, al mio avvocato difensore, il quale si meravigliava che il signor Presidente mi interrogasse usando il voi invece del lei come è prescritto pei sottufficiali, rivolsi preghiera di non darsene per inteso e lasciasse correre. Non è una protesta che io faccio, lo creda il signor Presidente, non è neppure una lagnanza diretta a lui o al suo metodo d’interrogare, ho voluto addurre semplicemente un esempio... senz’ombra di atteggiarmi a vittima e senza risentimento, lo dichiaro ad alta voce. - Ho da aggiungere infine che se il Tribunale non fosse ancora persuaso circa i motivi che originarono il mio viaggio clandestino, posseggo i documenti irrefragabili di quanto asserisco. Eccoli. Non dispiaccia al signor avvocato fiscale, mi riuscì di sottrarli a tutte le perquisizioni, di eludere la continua vigilanza esercitata in carcere sulla mia persona, avendo avuto tempo, quand’ero alla sala prima che fosse spiccato il mandato d’arresto, di cucirli dentro la fodera del pastrano. Eccoli: affido questa busta al signor Presidente e alla sua lealtà: non l’apra ora, aspetti ad aprirla in camera di consiglio, lo supplico.

- Un momento: che documenti sono?

- Mi si dispensi dal dirlo: certo non sono tali da leggersi in pubblica udienza e il Presidente comprenderà tra qualche minuto perché fino all’ultimo io abbia resistito, lottando con tutte le mie forze, alla tentazione di produrli.

- Non posso accettarli se non nelle forme e nei modi voluti dalla legge; il Pubblico Ministero ha il diritto di conoscerli e prima ancora che egli affermi cotesto diritto, io debbo assolutamente rifiutarmi a una violazione di legge così patente e manifesta come sarebbe quella d’introdurre in camera di consiglio alcuni documenti nuovi, dei quali non solo non sia stata data lettura in udienza, ma dei quali si sia impedito il Pubblico Ministero di prender visione. Segretario, favorisca...

- Mi oppongo alla lettura... mi oppongo con tutte le forze dell’anima mia... mi oppongo in nome di una donna, la cui mem... ossia, la cui riputazione rimarrebbe vituperata, in nome di quel sentimento cavalleresco che i miei giudici non vorranno mai soffocare nell’animo loro di soldati...

- Era da prevedersi che agli atti del processo una pagina di romanzo sarebbe stata aggiunta infallibilmente. Se vi opponete alla lettura di coteste carte, perché le avete presentate?

- Ignoravo che non fosse permesso al Tribunale di esaminarle in via riservatissima, quasi sotto il sigillo della confessione. Supplico il mio avvocato difensore, supplico lo stesso rappresentante della legge, di unirsi a me e impedire la propalazione d’un segreto che in un momento d’oblio ho affidato, agguantandomi a un’ultima tavola di salvezza, alla coscienza, all’onore, alla generosità dei miei giudici, non alla curiosità della folla.

- Sta bene: poiché, come dite, il carattere intimo dei documenti prodotti non consente che sieno letti in pubblico, ordino che si proceda a porte chiuse per ragione di moralità. Il signor avvocato fiscale è del mio avviso? L’egregio difensore crede di sollevare un’eccezione in proposito? No? sta bene. Usciere, faccia sgomberare la sala.

- Preferisco ritirarli e distruggerli... distruggerli in questo momento e con le mie mani, anziché...

- Ormai sono acquisiti al processo.

- Signor Presidente, per l’ultima volta la scongiuro... - non è una minaccia, Dio me ne guardi, è una preghiera, una preghiera ultima - la scongiuro di considerare l’incidente come non avvenuto e restituirmi quelle carte!

- Non è in mia facoltà. Se ora vi pentite d’un atto inconsulto, la vostra resipiscenza giunge troppo tardi. - Sono usciti tutti dalla sala?

- Dio mi è testimonio che ho fatto quanto stava in me per evitare dolorose conseguenze!

- Quali conseguenze? Che intendete dire? Spiegatevi: quali conseguenze?

- Non so nulla, non insisto più. Il signor Presidente dia un’occhiata al primo foglio e veda se anche a porte chiuse certi segreti possano essere manifestati.

- E non era vostra intenzione che cotesti segreti noi li imparassimo in camera di consiglio?

- Io non sarei stato presente.

- Avreste rossore... o paura? Finiamola. Apro io la busta e leggerò io medesimo. Per contentarvi in parte, chiedo facoltà al Tribunale, al Pubblico Ministero e alla difesa di omettere i nomi di persone estranee al processo, se questi non sono assolutamente necessari allo scoprimento della verità e se temete che la loro divulgazione, anche fra noi soli che abbiamo l’obbligo morale del segreto, possa nuocere all’onore... di qualcheduno.

« .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .   .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .»

- ... Usciere, favorisca un bicchier d’acqua.

Credo d’avere a sufficienza interpretato i vostri desideri, non lasciando neppur lontanamente trapelare il nome e la condizione della persona che ha scritto queste lettere. Senza dubbio il tribunale ne terrà conto. Non capisco però come mai, sergente Faraone, abbiate voluto dare tanta importanza a un carteggio... erotico fin troppo, il quale se conferma la vostra fama di un Don Giovanni fortunato e se basta a compromettere irreparabilmente una donna, non solo non rischiara il mistero, ma coll’accusa che vi è mossa non ha alcuna relazione direttaindiretta. - Frattanto io risuggello la busta con le debite forme. Accusato, avete più nulla da dire?

- Nulla.

- Il dibattimento è chiuso. Il Tribunale si ritira per deliberare.

 




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