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Remigio Zena
L'ultima cartuccia

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III

 

- Signori giudici, qui in camera di consiglio, nel segreto delle nostre deliberazioni, non dirò una parola che possa menomamente far pendere il vostro voto da una parte piuttosto che dall’altra della bilancia; mi asterrò anche nel modo più rigoroso dal manifestare la mia opinione, nel mentre voi sarete liberi di discutere e comunicarvi a vicenda le impressioni avute nel corso del dibattimento. Però, prima di entrare nel merito, prima ancora di interrogare la vostra coscienza e ponderare il vostro voto, concedetemi una facoltà, la maggiore forse che sia mai stata chiesta da un presidente, a malgrado di tutti i suoi poteri discrezionali.

Taluno di voi ha manifestato il desiderio d’avere ancora una volta sotto gli occhi le carte che il sergente Faraone produsse all’ultimo momento e che da me furono lette in udienza: permettetemi di non accondiscendere. Non dubito della lealtà vostra e della vostra discrezione, ma a qual pro’ rimescolare le turpitudini che già conosciamo per averle intese pochi momenti sono? Pensandoci, approverete la mia condotta. L’audizione di alcune lettere, di alcuni telegrammi ci ha abbastanza edificati sui rapporti intimi d’amicizia tra una signora maritata e il sergente Faraone; quanto al ritratto in fotografia unito alle lettere e che esuberantemente conferma tali rapporti, mi sia lecito lasciarlo dormire nella busta risuggellata, lasciarlo nelle tenebre per quelle stesse ragioni di prudenza elementare che mi consigliarono di tacere non soltanto i nomi ma altresì tutte quelle indicazioni che a certi zelanti o dilettanti avrebbero offerto un appiglio per costruire almanacchi.

Ora, ciò che importa è questo: dalla lettura dei documenti in parola possiamo dedurre che per amore e invito d’una donna il sergente Faraone sia venuto a Napoli in modo così clandestino? Noi giudici, abbiamo la prova dell’alibi nella notte dal 28 al 29 giugno? In altri termini, l’affermazione indubitabile dell’adulterio ci può convincere che precisamente quella notte l’adulterio sia stato consumato, nel mentre in caserma si perpetuava il furto?

Altro problema da sciogliere: fu buona arte di difesa, quella usata dal Faraone? Era schietto il suo rammarico, sincera la sua perplessità nel voler dire e non dire, legittimo il suo rimorso nel vedersi coatto dall’istinto di salvazione a rivelare il più geloso e il più caro dei segreti per un galantuomo - galantuomo secondo il codice dell’umana commedia -, a mettere in piazza l’ignominia della donna che lo amava? Non ne so nulla; tempo perso lambiccarsi il cervello nell’indagine se fu meditato e preparato con malizia da artista il colpo finale d’ammettere la venuta a Napoli dopo averla negata ostinatamente durante l’interrogatorio, e di fronte ai testimoni, dopo aver lasciato che il difensore sprecasse tutti i tesori dell’ingegno, tutti i sofismi dell’arte oratoria per dimostrarci come i testimoni pigliassero abbaglio o mentissero e il suo cliente non si fosse mosso dal territorio di Sant’Eufemia. Chi può dire quante facce assuma l’ipocrisia e quante volte la verità ci apparisca bugiarda? Quante volte ci lasciamo ingannare da un preconcetto d’antipatia o di simpatia e ricusiamo fede a un’anima candida e crediamo ciecamente a un farabutto che si burla di noi?

Questo ho voluto premettere alla discussione circa il fatto specifico del reato ascritto al sergente Faraone, perché la causa vi tornasse davanti sfrondata da ogni parvenza eterogenea, perché il vostro giudizio fosse sgombro d’ogni apprezzamento estraneo al fatto in se stesso. Dimentichiamo, signori, l’ultima fase del dibattimento, spontanea o artificiosa che sia, ributtante o compassionevole; dato l’uomo, secondo abbiamo avuto agio di studiarne l’organismo morale nel lungo corso della discussione, ricostrutte ad una ad una le circostanze che precedettero, accompagnarono e seguirono il furto, vagliati al crogiuolo gli indizi d’accusa e le obiezioni defensionali, non ci resta che interrogare la nostra coscienza e ad essa attingere il vero perché del nostro voto, sì, o no, senza rispetti umani, senza titubanze, senza preoccuparci delle conseguenze. Può accadere che il nostro convincimento sia erroneo, ed erroneo il voto che ne scaturisce, tanto di condanna quanto d’assoluzione, ma la giustizia degli uomini è sempre giusta, ad un patto: che non abbiano rimorso gli uomini che la pronunciano.

 

- Passiamo alla votazione: sì o no, senz’altro. Potrei formulare il quesito: è colpevole il sergente Faraone? Ma nella sua crudezza darebbe adito a restrizioni mentali o anche esplicite, le quali necessariamente importerebbero un nuovo scrutinio subalterno; stimo quindi più semplice e opportuno redigerlo in questi termini: esistono sufficienti indizi per ritenere il sergente Faraone autore del furto qualificato in danno dell’Amministrazione militare, commesso in Napoli, nel quartiere del Reggimento «Lancieri di Parma» la notte dal 28 al 29 giugno 18...? - Procediamo per ordine inverso d’anzianità. Sì o no. A lei per il primo, capitano Della Freccia.

- No.

- Capitano Agar? - Sì.

- Capitano Torcigliani? - No.

- Maggiore Cavalcabò? - No.

- Tenente colonnello Roda? - No.

- La maggioranza si è pronunciata per il no. Sta bene. Ritengo inutile che il Presidente esprima il suo voto. - Segretario, si compiaccia stendere la sentenza: il Tribunale assolve il sergente Faraone Raffaele dell’ascrittogli reato, per insufficienza di indizi.

 




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