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Remigio Zena
L'ultima cartuccia

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IV

 

- Hai un fiammifero, Torcigliani? - Grazie. Non fumi tu? non sbuffi neppure? il cielo ti benedica, te e la tua pazienza, uomo... sublime!

- Se Dio vuole, ormai siamo agli sgoccioli.

- Speriamo, purché il segretario abbia compassione di noi e nel comporre la sentenza non si creda in dovere di ricapitolare dall’alfa all’omega tutto il dibattimento. Ma sai che son lunghi cinque giorni d’udienza? Preferisco cinque giorni filati di piazza d’anni. - Che ore sono? ho una fame canina. - Vieni qui, Torcigliani: sia detto tra noi due in camera charitatis: non ti pare? Troppo meticoloso, troppo sofistico il Presidente! Viene dalle aquile dello Stato Maggiore e facciamogli di cappello, ma domando io, che bisogno c’era, che bisogno, per cristallina! di tenerci noi, poveri diavoli, cinque giorni inchiodati su quei durissimi segghioni per un processo mal costrutto, senza base, senza fondamento... - Hai un fiammifero? - ... per ripetere cento volte la medesima cosa e farla ripetere dai testimoni...

- Anche a Verona, cinque o sei anni fa, ero giudice del Tribunale, avevamo per presidente il colonnello... aiutami a dire... il colonnello... veniva dai Bersaglieri, era passato al 34...

- Urban?

- Urban era già morto e sepolto a quell’epoca. Un bel tipo, Urban; l’ho avuto maggiore al 47; lo chiamavamo... come lo chiamavamo? - Insomma, Presidente a Verona non era l’Urban, era... - impossibile che tu non l’abbia conosciuto, veniva dai Bersaglieri, ti dico, romagnuolo, due baffoni... era stato ufficiale d’ordinanza di Pianell...

- Marosetti?

- Marosetti, bravo. - È morto anche lui, appena promosso generale nella riserva. - Quello era un Presidente coi fiocchi, pronto svelto... e di manica larga: per esempio, un imputato di furto diceva: io non ho rubato le venti lire al mio compagno, ho voluto solamente fargli uno scherzo... e il Presidente, con una crollatina di spalle: in fondo anche questo può essere uno scherzo come un altro: chi ci assicura che realmente non abbia inteso di fare uno scherzo? E così mandava il ladro a farsi impiccare da un altro.

- Sia detto fra noi due, in camera charitatis: il nostro Presidente è di tutt’altra pasta: il suo desiderio sarebbe stato di picchiar sodo sulle spalle di Faraone e adesso ci tiene il broncio per avergli negato la condanna. Guardalo , solo, a masticarsi i baffi e contemplare le nuvole attraverso i vetri.

- Anche Marosetti, a Verona, se noi giudici non si votava come l’intendeva lui, faceva il diavolo a quattro. Mi ricordo che un giorno il tenente colonnello... - come diavolo si chiamava? ora è colonnello anziano - glielo cantò in musica, noi votiamo secondo la nostra coscienza e non secondo il Presidente! - Capisci? un tenente colonnello d’Artiglieria, piemontese... si chiamava... l’ho qui sulla punta della lingua...

- Tu mi dirai: in coscienza, Faraone è colpevole o non è colpevole? E io rispondo: Faraone è una schiuma di brigante, colpevole di questo e di cento altri reati e merita cento forche non una sola, ma prove dirette, vere prove contro di lui non ne abbiamo ed io, giudice, me ne lavo le mani e lo mando, come il tuo Marosetti, a farsi impiccare da un altro. - Dammi ancora un fiammifero.

- Io invece ragiono diversamente: Faraone sarà un brigante, scaltro, malizioso, canaglia da far le fusa a Satanasso in persona, ma questa volta l’autore del furto alla cassa del suo Reggimento non è lui, e non è lui, perché... per mille ragioni!... perché... perché... insomma non è lui! mi spiego? Che fosse presente a Napoli quella notte, per me non prova nulla: o non potrebbe esser venuto davvero per uno dei suoi intrighi con una donna maritata? Anche a me - ero sottotenente a Bologna, al 29 - toccò di rientrare nascostamente dalla licenza per un’avventura di questo genere; sai con chi mi trovo alla stazione, becco a becco? col mio Capitano, l’uomo più sospettoso che abbia mai passeggiato sulla crosta della terra: un sardo!

- Era il marito?

- Peggio del marito: era il mio concorrente! Un sardo, figurati! Non so cosa ne sia successo, l’ho perso di vista; se mi dai mezzo minuto, ti dico il nome; dovresti averlo conosciuto; è andato via da maggiore nei distretti; impossibile che in Italia o in Africa non te lo sia trovato fra i piedi: tutto nervi, tutto fegato, basso, pelle bruciata, irrequieto, attaccabrighe; si chiamava... aiutami tu: non ti ricordi, tu che sei stato in Africa con lui durante la spedizione San Marzano? Si chiamava...

- Pensaci, io intanto vado a farmi dare un fiammifero da Cavalcabò; la tua scatola è vuota.

- Cavalcabò...

- Parla piano, il segretario sta elaborando la sentenza, e non ti consiglio di frastornarlo, se vogliamo arrivare a casa per l’ora di pranzo.

- Dovrebbe tosto aver finito, per cristallina! Guarda: trentacinque minuti d’orologio dacché si è rinchiuso dietro il suo paravento. Cosa scrive? Un trattato di Sant’Agostino? Bastano quattro righe senza tanti considerando e attesoché per buttar giù una sentenza d’assolutoria. Mi viene un’idea: Cavalcabò, se picchiassimo due colpetti contro il paravento, piano, piano, per sollecitarlo a sbrigarsi?

- Sta fermo, che il Presidente ci guarda.

- Niente paura, son persuaso che anche il Presidente...

- Parla piano!

- ... anche il Presidente non aspetta altro che di battere in ritirata e sfogare lontano da qui il suo malumore - Se mi dai ancora un fiammifero, mi fai piacere; che razza di virginia ci regala il governo, io non lo so: serviranno ai muti, forse; per uno che voglia fumare e discorrere, non c’è verso, ogni quattro parole si spengono.

- Dimmi una cosa, Della Freccia, ma mi raccomando, parla piano: in tutta confidenza che te ne sembra di quell’epistolario galante, letto a vapore dal Presidente?

- Molto galante, e molto... come si direbbe? molto... espressivo da parte d’una signora, che a giudicarla tra le linee, sulla scala sociale dovrebbessere più vicina all’Olimpo che ai rigagnoli di via Mardones. Fortunato Faraone! Compatisco il marito vattalapesca chi sia - ma invidio Faraone, e siccome le droghe tanto più mi danno buon sangue quanto più sono piccanti, alla lettura mi son divertito un mondo.

- D’accordo, ma poiché il pubblico era stato mandato via, che necessità di non lasciarci pasteggiare il romanzetto tra di noi, in famiglia, come un bicchierino di rosolio? Pochi discorsi: i documenti si leggono perché i giudici possano farsene un concetto, ovvero per gettar loro una nuvola di polvere negli occhi? Leggendo lui a precipizio e a rompicollo, saltando degli interi periodi, certo i più scabrosi e più interessanti, mugolando, soffiando, ansimando, il Presidente ha scoperto troppo il suo giuoco che era quello di farci capire il meno possibile e arrivar presto alla fine.

- In camera charitatis, se ho a dirtela schietta, io ebbi l’impressione che appena aperto il plico, il Presidente sia rimasto di sasso, quasi terrorizzato, come se dalla busta gli fosse scivolato improvvisamente una biscia sulle mani. Perché? Questo ti domando io, Cavalcabò del mio cuore: perché? - Fu svelto a rimettersi subito in carreggiata, ma quanto a darci il bandolo della matassa non era certo nelle sue intenzioni, e così per salvare le apparenze... rammenti il Ballo in maschera? Fuggi fuggi per l’orrida via... attraverso una lettura vertiginosa.

- E chiuso il dibattimento, ritiratici per la votazione, ero sì o no nel mio diritto d’arrischiare l’umilissima istanza che il Tribunale fosse un po’ meglio informato, rileggendo le lettere e i telegrammi d’amore, osservando il ritratto dell’eroina? Invece... uno, due, tre: tac! la busta era già sparita. Un discorsetto agrodolce del Presidente che ci ammoniva di non rompergli i tabernacoli, la nostra solita pecoraggine di chinar sempre la testa per disciplina anche dove la disciplina non entra... e felicissima notte.

- Felicissima notte, ma per centomila milioni di milioni di diavoli, una sbirciatina al ritratto avrei voluto dargliela anch’io.

- Una delle due: o conosciamo la persona che è in ballo o non la conosciamo. - Prima di tutto, non ci si venga a declamare la predica dello scandalo e della reputazione intangibile d’una pedina! Sta ben attento: non la conosciamo? tanto meglio, amen, e non se ne parli più: la conosciamo invece?

- Qui ti voglio: appunto: e se tutti invece la conoscessimo? Oppure due o tre di noi? O anche uno solo la conoscesse?

- Il mondo non cascherebbe. Ci si direbbe tra di noi, all’orecchio, che neanche l’aria sentisse: «guarda, guarda: la tale!...» e poi, usciti di qui, acqua in bocca. Siamo uomini; o siamo ragazzi? Che stima avete di noi se non vi fidate della nostra prudenza e con destrezza ci fate sparire le carte sotto gli occhi? Uomo retto, uomo imparziale, uomo superiore, aquila volante sulle cime dell’Hymalaia, tutto vi concedo e m’inchino alla vostra altezza, al vostro talento, alla vostra abilità, ai vostri numeri insomma, ma non vi concedo l’arbitrio della diffidenza verso di noi. Parlo bene? Non so se mi spiego. Dimmelo tu, Della Freccia: parlo bene? Francamente.

- Quanto a me, in camera charitatis...

- Sottovoce.

- ... se dipendesse da lui, scommetto che l’amico ci metterebbe volentieri agli arresti pel nostro voto non conforme alle sue intenzioni, il tenente colonnello Roda prima di tutti, e poi te, che sei maggiore...

- Tutti agli arresti, meno Agar.

- Già, Agar, che ha votato per il sì, lui solo, forse perché Faraone gli era specialmente antipatico.

- Faraone appartiene al suo Reggimento. Siamo giusti: voler o no Agar, che l’ha pure avuto al suo squadrone, è in grado d’averlo conosciuto bene e studiato a fondo più di noi.

- Discorsi! pel fatto d’averlo avuto quindici o venti giorni al suo squadrone, anche un mese, se vuoi, anche due, vorresti darmi ad intendere che possiede lui nelle mani quelle prove matematiche di reità che noi non abbiamo saputo trovare, nemmeno a cercarle col lanternino? Sai piuttosto? Mi fa l’effetto d’un uomo invaso dallo spirito di contraddizione e che veda sempre tutto in nero.

- Gli è morta la moglie.

- Me ne dispiace tanto, ma non è questa una ragione... Bada, io non critico il suo voto, il voto è libero e incensurabile, critico la sua perpetua taciturnità, il non volersi affiatare con noi altri che siamo ufficiali come lui in fin dei conti, e senza prove mandare un giovinotto in galera, giurando attraverso i suoi occhiali affumicati.

- Soffre di nevrastenia, non lo sai? Parla piano, che potrebbe udirci.

- Non temere: subito dopo la votazione si è rifugiato in solitudine sul terrazzo a sfidare il freddo e la tramontana.

- Per agguerrirsi alle intemperie della stagione come a quelle della fortuna.

- E buscarsi un malanno, piuttosto d’attaccar discorso con me, per esempio, che non appartengo alla Cavalleria.

- Sei maligno. Ti ripeto che soffre di nevrastenia, aggravatasi allo stato acuto appunto dopo la morte quasi fulminea della moglie. In confidenza: al suo Reggimento si va sussurrando a bassa voce di qualche attacco d’epilessia più o meno larvata; a cavallo non monta più da un pezzo e finirà, oggi o domani, per chiedere l’aspettativa. Tale e quale come sua moglie: a poco a poco si scava la fossa coll’uso sempre crescente della morfina. - L’hai conosciuta sua moglie?

- So ben che scherzi: io, povero fantaccino, una signora di Cavalleria? Per principio, conosco solo le signore del mio Reggimento, e non tollero che la mia signora faccia e renda altre visite. Spirito di corpo. - Tu piuttosto l’avrai conosciuta, uomo brillante, sempre giovine, sempre conquistatore, che frequenti l’altissima società.

- Non mi crederai: quella donna mi ha sempre fatto paura.

- Per cristallina!

- Paura. In questo senso: la sognavo di notte, e di giorno, avvicinandola, mi accorgevo di essere davanti a una sfinge impenetrabile. Non già che io ne fossi innamorato, ma... non so se mi spiego: a volte un gesto benigno, direi quasi... cristianamente misericordioso, uno sguardo limpido di dolcezza nel quale pareva che nuotassero come in un lago tutte le vele bianche dell’innocenza, a volte certe mezze parole troppo significative, e negli occhi certi lampi di perfidia che mi atterrivano.

- ... Dammi un fiammifero.

- Appena la vedevo comparire in un salotto, per esempio, ai balli dell’Unione, della Croce Rossa, della Caccia, mi appiattavo timido tra la folla degli invitati, per non essere visto da lei e se lei, passando, mi ravvisava e mi porgeva la mano e mi salutava, in quel momento io, maggiore d’Artiglieria, che conosco i miei galletti e segnatamente le mie galline, in quel momento avrei implorato come una grazia del cielo che la terra si fosse spalancata sotto i miei piedi e mi avesse inghiottito l’abisso.

- Cose che succedono. - Ma paura di che, insomma?

- Non lo so. Paura! Forse di innamorarmene? Forse che ella si innamorasse di me? Non lo so. Era una creatura troppo... come dire, troppo danubiana.

- Danubiana?

- Sì, bulgara... moldovalacca... di quei paesi laggiù sulle sponde del Danubio, dove pare che le donne d’alto bordo, almeno quelle che capitano qui da noi, scommettano a chi incarna il romanzo più stravagante.

- Bella donna?

- Secondo i gusti e le simpatie. Non era una di quelle bellezze che s’impongono senza discussione, però gli uomini l’innalzavano al settimo cielo e per lei molti avrebbero lastricato di smeraldi il campo delle loro corse alla conquista. Bellissima, no, ma affascinante!... affascinante per qualche cosa di zingaresco che aveva nei gesti e nella voce gutturale, per la fiamma che le balenava negli occhi... occhi tenebrosi, d’inferno, caro Della Freccia! E mi dici niente il contrasto di quelle pupille notturne con una capigliatura quasi scarlatta? Artificio? Va benissimo, ma artificio da artista non da parrucchiere, come, del resto, si rivelava sempre artista in ogni minuto e in ogni atto della sua vita, nell’eleganza e nell’originalità del vestire, nella musica, nel cavalcare, nel discorrere col primo venuto d’arte e di frivolezze...

- ... nell’essere innamorata del marito!

- E perché no? anche questo può darsi, a titolo d’un capriccio originale e d’una stravaganza, in certo modo artistica essa pure da aggiungersi a tutte le altre. Comunque, se ebbe delle fantasie extraconiugali, furono avvolte in un mistero così sapiente che non trapelarono mai ad onta delle più zelanti inquisizioni di certi cani da fiuto che ci rimisero la fatica, inquisizioni malvagie, sobillate dall’invidia di certe signore...

- Bada, adesso tocca a me suggerirti di parlar piano.

- ... l’ultima volta che la vidi fu verso la fine di luglio, a Castellamare, al gran lunch sul yacht del principe di Villa Formosa pel battesimo della bandiera. Tutta vestita di bianco a scintille d’argento: un barbaglio sotto il sole da farti chiudere gli occhi. Rammento che così bianca e sfavillante com’era, con un cappello bianco alla Rubens, semplicissimo e immenso, ricco nient’altro che d’una penna di struzzo favolosa che le scendeva a metà spalla, appena giunta a bordo, con quella sua disinvoltura balcanica, miscuglio d’alterezza e di brio, si creò da sé regina della festa e puoi immaginarti se a bordo d’un yacht principesco, in una circostanza così solenne, mancavano duchesse e principesse, giovani e belle, e taluna anche più bella di lei, ma non altrettanto incantatrice!

- Acqua, padre, che il convento brucia! E vuoi darmi ad intendere che non ne eri innamorato, anzi avevi paura di cotesta donna? - Parla piano, parla piano!

- Otto giorni dopo, giorno per giorno, cotesta donna era morta!

- Si parlò di suicidio, se non erro.

- Lo sai tu? se ne dissero tante e infatti da qualche silaba sfuggita ai medici pare che quella d’una morte volontaria sia la versione più accreditata. Suicidio per avvelenamento. E la causa? Buio pesto: un colpo improvviso di pazzia cagionato dall’abuso della morfina, secondo gli uni: debiti enormi a insaputa del marito, secondo gli altri...

- Si vociferava che fosse ricchissima e che, sposandola, Agar avesse fatto un salto nelle miniere di Creso.

- Intanto i debiti sono rimasti, questo è certo, e se il marito non ha altre miniere che quelle, poveri creditori! - A sentire altre voci, minaccia terribile, imminente di cecità e nessuna speranza di salvezza: abbandono repentino da parte d’un amante segreto... anche questo si disse per iniqua mania di mormorazione, però senza l’ombra d’un pretesto lontanamente plausibile. Fatto sta che da un’alba all’altra, l’abbia voluto lei di sua elezione o l’abbia voluto il destino, precipitò nelle tenebre.

- Requiem aeternam. - In camera charitatis, tu hai bel difenderla a spada tratta e si capisce, ma se fossi io il vedovo d’una valacca di questa risma, assai più che dalla sua partenza verso il seno d’Abramo, sarei afflitto dall’idea di doverne pagare i debiti. Oh! eccolo che torna, l’inconsolabile eroe, dai freschi vagabondaggi sul terrazzo.

- Il Presidente è andato a chiamarlo, segno che la nostra clausura sta per finire. Grazie al cielo, era tempo.

- Vieni qui: gli sei amico, tu?

- Di Agar?

- Di Agar.

- Amicizia... relativa.

- Nei tuoi panni comincerei adesso ad aver paura.

- Perché?

- Non vedi che faccia stravolta e che occhi spiritati?

- Ebbene?

- Sta in guardia. Lei viva, nessun rischio, data la perpetua cecità di noi mariti, specie se la tua dama bianca era così prudente come dici: morta, è un altro paio di maniche: speriamo che egli non attraversi un brutto momento di gelosia postuma, perché a vederlo con quell’aria truce e gli occhi che gli scappano dalla testa, certi amici relativi sarebbe capace d’infilzarli tutti.

- Ti giuro sulla mia parola d’onore...

 

- Cannas Cadeddu! Cannas Cadeddu!

- Che c’è, Torcigliani? sei diventato matto?

- Quando mi si ficca un chiodo nel cranio, se non riesco a strapparlo io sono un uomo morto. Si chiamava Cannas Cadeddu quel capitano sardo di cui ti parlavo. Figurati come rimasi quando alla stazione di Bologna...

 

- Signori giudici, il segretario ha terminato di stendere la sentenza. È molto lunga. Favoriscano prender posto e udirne attentamente la lettura prima di sottoscriverla.

- Debbo io pure firmarla?

- Senza dubbio.

- Io che ho votato per la colpabilità del sergente Faraone?

- Lei come gli altri, capitano.

- Anche contro la mia intima convinzione?

- Anche: la sua convinzione personale, qualunque sia, deve cedere di fronte a quella della maggioranza.

- Ha errato la maggioranza!

- Non tocca a lei sindacarla, e mi meraviglio...

- Colonnello, se io mi rifiutassi di firmare?

- Ella ha troppo rispetto alla legge per ribellarsi ai diritti della maggioranza e troppo buon senso per non comprendere che un simile rifiuto sarebbe non soltanto un’offesa verso i giudici suoi colleghi ma un atto inconsulto di disobbedienza, ed io, Presidente, non sarò costretto ad usare della mia autorità per richiamarla alla disciplina.

- Io potrei rivelare ai miei colleghi...

- Che cosa?

- ......

- Che cosa potrebbe rivelare?

- Non mi crederebbero, lo so, non mi crederebbero, eppure... se io parlassi...

- Capitano Agar, che reticenze son queste, si spieghi.

- Ah! mancano gli indizi a carico del sergente Faraone e voi lo avete assolto! Bravi. Andrò io a denunciarlo al Procuratore del Re. Se non ci fosse che il furto... ma c’è ben altro, e andrò io a denunciarlo. Guardate, se avete occhi: c’è qui una donna, in questa stanza, io la vedo, era pure in sala d’udienza, ritta, di fianco all’accusato e poi è entrata con noi in camera di consiglio e non mi si moveva d’accanto e volli fuggire e mi ha inseguito sul terrazzo...

- Capitano Agar, non voglio supporre che ella in questo momento si prenda gioco di noi. Pensa a quello che dice?

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- Aprite le finestre... spalancate le finestre!... ho un groppo alla gola che mi soffoca... non voglio morire strozzato!... spalancate le finestre, vi dico!

- Si calmi, capitano, lei è in preda a un’eccitazione nervosa... non è niente, passerà tra un minuto. - Signori ufficiali, si uniscano a me per consigliargli la calma. Aprano le finestre. - Segga e si riposi, si riposi un momento, qui, accanto a me. - Mi aiutino a sbottonargli la giubba. Adagiamolo sopra questa poltrona. - Vede? le finestre sono aperte. Respira meglio adesso?

- Lasciatemi, lasciatemi libero, non mi circondate così, non mi afferrate per le braccia! Voi mi opprimete, m’impedite di vedere la Rosa Di Crescenzio... scostatevi, voglio vederla... non mi fa ribrezzo quel cadavere!

- (Capitano Della Freccia, corra a chiamare un medico, subito, non perda tempo. Quest’uomo è in pieno delirio, sotto l’incubo d’una terribile allucinazione; non sappiamo quel che possa accadere. Corra, spedisca due, tre soldati alla farmacia più vicina, alla caserma San Francesco dove un dottore militare sarà certamente. Anche lei, segretario, mi raccomando, il primo medico che trova ce lo porti subito!)

- ... Non mi opprimete così... mi state tutti addosso e mi soffocate. Non vedo più la Rosa Di Crescenzio... non importa, se volete saperlo vi dirò io perché al dibattimento mancata la sua testimonianza.

- Più tardi lo sapremo. Ora lei ha bisogno di calma e di tranquillità. Più tardi. Mi ascolti, capitano, per amor del cielo, non si agiti, abbia confidenza in noi, ci conosce tutti, pensi che siamo tutti suoi amici...

- È comparsa al dibattimento... l’ho vista comparire nella sala quando fu pronunciato il suo nome, ma voi non avevate occhi per vederla... ero io solo che la vedevo!... un cadavere putrefatto nell’acqua, lacerato sott’acqua dai denti degli scogli... e stava in piedi, ritta come persona viva, e tutti quanti vi fissava, e c’era una fiamma nelle caverne delle sue orbite... e vi fissava sogghignando, nell’udire i rapporti della Questura che non aveva saputo scoprirne le tracce da nessuna parte... Poveri imbecilli! bisognava andarla a pescare sotto la punta di Posillipo...

- ......!?

- ... in fondo al mare, con un’ancora da pescatori al collo, presso la punta di Posillipo.

- Chi è che l’ha affogata?

- Zitti! non l’interrompano.

- ... Le chiesi, pieno di spavento e d’angoscia: perché venire a torturarmi? Perché ho da esser io, io solo, quello che vieni a torturare, trasfondendomi nel sangue il tuo odio e la tua sete di vendetta? E la Rosa Di Crescenzio sogghignava... - È atroce come i morti si fanno intendere senza parlare e il loro linguaggio lo percepite nello spasimo d’essere morti anche voi e in un lampo di vedere ad una ad una, ma con altri occhi da quelli del corpo, tutte le circostanze d’un passato ignoto... terribile, che vi si rivela in un lampo - Lasciatemi dire. Son calmo. La Rosa Di Crescenzio non c’è più.

- Per carità, non l’interrompano.

- ... Aver preso tante cautele, credersi al sicuro e improvvisamente sentirsi sul capo la minaccia dei primi sospetti! I minuti incalzano. Rosa Di Crescenzio, se trapela il tuo nome e sei condotta innanzi alla giustizia, guai. Finché servi da intermediaria galante, per quattro soldi il segreto lo mantieni, è il tuo mestiere, ma per poco che il giudice ti metta alle strette, addio: canti che è una delizia. La famosa operazione fosse riuscita cospicua come non si dubitava, a imbarcarti per le Americhe si farebbe presto: non fosse in ballo che il signorino, l’anima gli basterebbe d’affrontarne cinquecento vecchie male femmine del tuo conio, ma la signora... la signora che lo tiene tra le unghie, l’ultima carta la vuol giuocare... è più temeraria di lui perché ha paura! L’ha istigato al gran colpo, gliel’ha imposto con minacce e con lagrime per goderne il frutto, e ora inferocita dal pericolo non sapendo ella stessa se ha più paura di perdere l’amante o d’essere travolta con lui, giuoca l’ultima carta sulla tua pelle! È irremovibile, è feroce: non si fida che dei suoi occhi: a casa non tornerà finché sotto i suoi occhi non t’avrà vista sparire... con una cravatta di ferro al collo!

- Notte scura e serena. O dolce Napoli... La luna è all’altezza di Posillipo. Sparisci, Rosa Di Crescenzio!

- Neppure il tempo di gettare un urlo... il breve dibattersi del corpo e tutto è finito. L’uomo l’ha strangolata, in un attimo, a tradimento, mediante la cinghia della sciabola.

- In barca?

- Lui solo?

- ... Forse non è morta!... Il tuffo freddo le smorzerà gli ardori. Occorre sbrigarsi. Ma il canape da pesca, umido e massiccio, egli non sa maneggiarlo, i nodi non tengono, per legarla all’ancora solidamente gli tocca pure servirsi della dragona. La signora regge il fanale. A bagno! a bagno! Peggio d’un mastodonte di piombo cotesta carcassa d’una vecchia! Non vuoi sparire? Dalla parte dei piedi la signora agguanta anche lei... spinge... - È sparita!

- ......

- O dolce Napoli, o mar beato... la melodia lontana, nel golfo, d’una canzonetta palpitante tra i mandolini al lume delle stelle... questo ci vorrebbe per l’effetto drammatico... ma il golfo è taciturno.

- La compagna dell’assassino... l’ha riconosciuta?

- Guiderò io le indagini nel punto preciso che sarà necessario scandagliare, , sotto il castello di DonnAnna, dove il cadavere fu trascinato dalle acque e si ammarrò in una dentiera di scogli... e a Mergellina... a Mergellina...

- Chiude gli occhi.

- ... Non mi lasciate addormentare... Ho un gran sonno... se mi addormento... lo so, ci vado soggetto... appena svegliato non ricordo più nulla... gli altri insistono: hai detto questo, pensaci bene, hai fatto quest’altro... e non ricordo più nulla!

- Zitti!... così fosse che potesse davvero pigliar sonno!

- ... Lo troverò io a Mergellina il padrone della barca... egli potrà dirlo alla giustizia, una sera capitarono in tre a domandargli la barca... un militare e due donne... una di esse...

- Colonnello, è qui il medico.

- ... Silenzio...!

- ... Era vestita come le inglesi in viaggio, sul cappello e tutt’attorno alla faccia un velo spesso, impenetrabile...

- È qui il medico.

- Ho capito! Venga.

- ... Il medico... se avesse una goccia di morfina... ma non l’avrà... non ne hanno mai i medici quando in nome di Dio gliela chiedete per calmare lo spasimo!...

- Si assopisce.

- ......

- Dottore, vede in quale stato si trova da più di mezz’ora? Che c’è da fare? dica lei. Sulle prime pareva che ragionasse, ad un tratto ci cadde nelle braccia dibattendosi, aveva la schiuma alla bocca, cominciò a delirare... - ... Dorme. – Un deliquio?

- Manco per idea. Lasciatelo così, non toccatelo. Ora dorme.

- Non c’è niente da fare?

- Niente pel momento, altro che coricarlo sul divano. Io qui rimango. Vedremo più tardi, quando sarà svegliato, probabilmente tra un’ora circa, forse prima, forse dopo; chi lo sa?

- Fenomeni nervosi, senza dubbio.

- Perfettamente: fenomeni neuropatici, variabilissimi non solo da individuo a individuo, ma pure nello stesso soggetto. - Non ci sta un divano? Colonnello, mi raccomando, fate portare un divano.

- Non so troppo... segretario, dove si piglia un divano?

- In ufficio non abbiamo che quello dell’avvocato fiscale.

- Faccia portare quello dell’avvocato fiscale, subito!

- E due cuscini pure, se non vi dispiace, segretario.

- Intanto vorrei chiederle una cosa, dottore: e la sentenza? Il capitano deve firmare la sentenza già votata e assistere alla lettura in sala d’udienza. Potrà farlo dentroggi? Sotto pena di nullità il Tribunale non può muoversi finché la sentenza sia stata letta in pubblico, presenti tutti i giudici.

 




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