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Giovanni Rosadi
Tra la perduta gente

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X.

 

Il plagio della persona è assai meno raro di quel che si pensi: rara n'è soltanto la scoperta. Quanti non esercitano il diritto elettorale degli altri o assenti o astenuti o morti! Quanti non spendono titoli o non usano tessere rigorosamente personali che non appartengono alla loro persona! Quante testimonianze e sottoscrizioni d'atti e stipulazioni di affari nel nome d'altri! Quante finte parentele per inconfessabili relazioni d'intimità! Quanti falsi nomi di esuli e di contumaci e di proscritti e di assenti! E credete voi che nelle celle del carcere espiino la pena i soli condannati? che tra le file della milizia marcino tutti i coscritti? che ai banchi degli esami per studi e per concorsi seggano sempre i candidati?

Raramente il plagiario è un sosia. Generalmente non è se non un mentitore disinvolto, che non si prende la fatica d'un artifizio e d'un trucco particolare. Il sosia è una singolarità che doveva spesso prestarsi e si prestò all'arte dei commediografi, da Aristofane al Molière, da Plauto al Dumas; ma è assai raro nella realtà, se non è un fratello gemello, come nei Menecmi di Plauto, ma un uomo che per caso somigli a un altro di cui non è pur lontano parente. Tale fu il sosia di Augusto, il quale, nel vederselo davanti in Damasco, non potè fare a meno di domandargli senza malizia:

- Tua madre è forse stata a Roma?

- No - ribattè il sosia - c'è stato mio padre.

E tale fu il sosia di Luigi XVII, così somigliante a lui, che lo scambiarono per il Delfino anche coloro che ne ebbero cura fino alla morte. Ma nella commedia reale e facinorosa della vita non è un sosia ma una semplice faccia di bronzo il plagiario della persona. Infatti il Ducati era più alto quattordici centimetri del Bandini.

Plagiarî della maniera e della fortuna di lui non sono comuni. Eppure Dante pensò a darcene un esempio in Gianni Schicchi, che seppe

 

per guadagnar la donna de la torma

falsificare in Buoso Donati,

testando e dando al testamento norma7.

 

Era morto o presso a morire Buoso Donati, che con inganni e ruberie s'era fatto ricco. Per comprarsi il perdono di Dio, come allora si credeva e si praticava dagli usurai e dagli usurpatori, largheggiò in lasciti agli ospedali, alle chiese, ai conventi. Ciò non garbava al figliuol Taddeo, il quale ricorse a Gianni Schicchi dei Cavalcanti e gli promise una cavalla (la donna della torma, che guidava le altre della mandra) se lo avesse tirato dall'imbarazzo. E Gianni, abilissimo in contraffar persone, si camuffò come fosse stato il vecchio Buoso e si pose a letto e fece testamento secondo il piacere dell'erede, forse dettandolo e vigilandone l'esatta scrittura (dando al testamento norma). È notevole che come giunse anche per messer Taddeo la volta di fare i conti con Dio, dispose che fossero eseguiti "tutti i legati già fatti e lasciati dal signor Buoso suo padre" e da uomo avveduto per intima esperienza volle che il figliolo fosse presente e promettesse al confessore di rispettare la volontà paterna. Ecco che nel secolo decimoquarto uno Schicchi simula la persona d'un Donati: nel ventesimo un Ducati simula la persona d'un Bandini.

Il poeta che tutto vedeva, secondo la felice espressione di Franco Sacchetti, vide lucidamente tutta una serie distinta di plagiarî che peccano

 

falsificando in altrui forma,

 

e vide tra le biche di tali falsatori

 

 

l'anima antica

di Mirra scellerata, che divenne

al padre fuor del dritto amore amica,

 

 

simulando la persona d'altra donna; e vide

 

il falso Sinòn greco da Troia;

 

e vide tra questi malnati lo Schicchi, che

 

sostenne

falsificare in Buoso Donati.

 

 

 




7 Inf. XXX. - Mi è caro ricordare come da questa rievocazione sorse l'idea di un capolavoro: il Gianni Schicchi di Giovacchino Forzano, musicato da Giacomo Puccini.






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