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| Giovanni Rosadi Tra la perduta gente IntraText CT - Lettura del testo |
II.
Son cinque ampî stanzoni pieni di oggetti usuali, familiari, comuni, mal collocati, come vedete. Ma non crediate che tutti siano o lo strumento o l'oggetto di un delitto; ne sono bensì altrettante larve riflesse, altrettante figure inanimate.
Osservate questo gran numero di chiavi. Credete voi che tutte abbiano servito al furto? Forse una su cento: non più. Le chiavi che la polizia confisca non corrispondono quasi mai al congegno della porta per cui son passati i ladri. Nondimeno si requisiscono per prova del possesso ingiustificato di questi arnesi.
Guardate questa grande raccolta di cicli, bicicli, tricicli, motocicli: v'ingannereste se credeste che siano stati tutti rubati. Questi arnesi, come l'automobile e ogni altro perfezionamento della vita, segnano una quota altissima nella delinquenza. Di questi centocinquanta trespoli soltanto venti o trenta sono stati rubati. Medici, negozianti, artigiani, appoggiano il loro arnese fuori della casa o della bottega mentre entrano a fare il loro interesse; e intanto il ladro fa il suo. Invece una parte di questi medesimi trespoli è il frutto proibito di indebite appropriazioni commesse da depositarî, riparatori, verniciatori. Un'altra parte è l'epilogo di tristi casi di ferite e di morti cagionate con la corsa e l'urto delle macchine veloci. Un'altra è l'oggetto di facili trasgressioni ai regolamenti. Vedete questa bella Isotta tutta coperta di fango? Fu il veicolo ma non lo strumento di un omicidio; perchè, com'è oramai un fatto comune il battesimo, il matrimonio, il funerale, la pattuglia in bicicletta, è anche un fatto non strano l'omicidio in bicicletta. Un giovine mercante fiorentino era stato slealmente trattato da un astuto mezzano pratese: per vendicarsi di lui il giovine fiorentino s'arma di rivoltella, salta in bicicletta, scambia quattro parole, scarica cinque colpi, rimonta il veicolo e torna a Firenze. Ecco la storia che sta qui a raccontare questo trespolo fangoso. E sapete qual'era l'indizio più grave che si adduceva dell'intenzione omicida del feritore? quello di avere appoggiato a un muro della strada la bicicletta voltandola verso la via di Firenze.
Guardate giù nel cortile quelle tre automobili. Quella sconquassata ha fatto strage per imprudenza. L'altra, che non ha segni notevoli, è stata rubata. Quella insanguinata presso il volano era posseduta e condotta da un meccanico di piazza: un giovane signore, elegantemente vestito, l'ha presa a nolo per il Mugello: a un certo tratto di strada ha sparato sulla nuca del meccanico, l'ha lasciato morente sulla via e ha preso il suo posto correndo più di lui.
Naturalmente non sono tutte laggiù le automobili confiscate in questa giurisdizione; le più, in grazia della mole, sono tenute a pensione in vari magazzini. E se vi dicessero la propria storia, vi racconterebbero fughe di colpevoli e ratti di fanciulle e audaci contrabbandi e sanguinarie estorsioni e attentati politici e imprese faziose.
Guardate ora da questa parte. Di queste cinque scale a pioli che vedete, una ha servito al furto, una all'incendio, una all'omicidio, una alla sedizione, l'altra all'adulterio. Il ladro c'è salito su fino ad un'alta terrazza. L'incendiario l'ha appoggiata fino alla finestra del fienile. L'omicida l'ha addossata al muro della strada, dalla parte dei campi, per far fuoco sul viandante che aspettava. Il sedizioso se n'è valso per scrivere i suoi viva e i suoi morte su i muri, unica stampa libera sotto i governi liberali d'ogni tempo e d'ogni paese. L'adultero, eterno Romeo, l'ha divorata coi piedi per penetrare dalla finestra nella casa di cui era stata chiusa rigorosamente la porta.