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Giovanni Rosadi
Tra la perduta gente

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I.

 

Si nasce e si muore mentendo.

Nell'ultima menzogna si suggella la pietra del nostro epitaffio; della prima contradizione risuona il fonte del nostro battesimo. Infatti il nome che riceviamo dalla nascita non deriva dalle nostre qualità rivelate dalla prova da noi compiuta di virtù e di difetti, ma da un capriccio di suono, vanità, memoria, auspicio, e persino di contrasto. Nondimeno quel capriccio rivela qualche volta le tendenze, le opinioni, i gusti di una famiglia, e quindi, per la gran legge dall'eredità, l'impronta gentilizia di chi è condannato a portarlo per tutta la vita.

Tra la stessa gente che si dice onesta si suole adattare il nome della prole a un'idea, a un avvenimento, a un voto. O si pensa all'ordine del nascere, e il nato si chiamerà Primo, Secondo, Quintino, Sesto, Settimio, Ottavio; o si allude alla data della nascita, ed ecco Natale, Pasquale, Agosto, Santi, Giunio; o si saluta il desiderio soddisfatto di pigra fecondità, e il desiderato si chiamerà Benvenuto, Benedetto, Desiderio; o si esprime un allegro auspicio o un mesto contrasto, e allora il frutto dei tristi amori della miseria col delitto o della scrofola col cicchetto sosterrà per tutta la vita la crudele ironia di Fortunato, Affortunata, Felice, Gioconda, Ercole, Bellezza, Vincitore, Regina.

Questo adattamento dei nomi è così antico che qualche popolo lo volle per legge. Quella di Manù, per esempio, prescriveva che il nome di donna fosse facile e dolce e terminasse in vocali lunghe e somigliasse a parole di benedizione. Gli Ebrei, con gli Elia, i Gioele, le Rachele, le Sara, ci dicono come adattassero i nomi a concetti di virtù e di divinità. Gli Epidi, i Draconi, i Diogeni, gli Areti dei Greci ci dicono qualche cosa di analogo nell'imporre il cognome. I Romani, che pure ripetevano da cittadino a cittadino pochi nomi della stessa famiglia, ora lo presero dalle qualità morali da lei preferite, e chiamarono Massimo, Bruto, Catone chi sapevano sommo, brutale, cauto; ora si riferirono ai segni fisici, e chiamarono Crasso, Macro, Calvo chi si distingueva per questi attributi; ora allusero alla sola particolarità di coltivare i campi a un seme piuttosto che a un altro, e chiamarono Lentulo, Cicerone, Pisone chi raccoglieva notevole mèsse di lenti, di ceci, di piselli.

Oggi non è raro che si riveli nel nome un pensiero predominante della famiglia. Sfogliate i registri dello stato civile d'Italia e vi leggerete il sommario della storia del nostro risorgimento politico nei nomi di Carlo Alberto, Filiberto, Pio, Vittorio Emanuele, Napoleone, Garibaldo, Mameli, Umberto, Amedeo. Entrate tra le pareti di una famiglia religiosissima e incontrerete le Geltrudi, le Immacolate, le Dorotee, le Concette, i Carmini, i Pii, gli Angeli e i Santi. Frequentate le case degli artisti del marmo e della tela e vi troverete tra i piedi tanti piccoli Giotti, Donatelli, Raffaelli, Leonardi, Michelangeli, Masacci, che scontano col nome la più innocente delle vanità paterne. Interrogate la prole d'un politicante fanatico e vi risponderanno gli Oberdan, i Cipriani, i Ravachol, i Caserio, i Marx, i Lassalle8.

E dubitereste voi che il padre del piccolo Oberdan non fosse un ardente irredentista e quello dell'adolescente Cipriani un caldo repubblicano? neghereste che fosse un anarchico il padre degli innocenti Ravachol e Caserio e che quello dei battezzati Marx e Lassalle fosse fanatico de' due grandi socialisti ebrei? Neghereste che il padre di Goffredo e di Garibaldo fosse un ammiratore di Goffredo Mameli e di Giuseppe Garibaldi? e che il Garibaldi stesso meditasse su l'esempio del Menotti e del Ricciotti quando impose questi cognomi per nomi ai due figlioli nati dalla sua Anita?

 

 

 




8 Nel settembre del '96 Giovanni Tosi, tutore di Intrepida Libera Sociale, figliola del fu Sante Tosi, nata a Pisa l'8 agosto '81, dimorante in Firenze, chiese ed ottenne dal Ministero di grazia e giustizia di sostituire questi nomi con quello di Maria Isola Assunta.






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