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Giovanni Rosadi
Tra la perduta gente

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II.

 

Tanto vale per la gente perduta. Nei registri dei luoghi di pena si leggono tali nomi da poterne indurre consuetudini e disposizioni familiari alla violenza e alla frode. Tali sono Caino, Giuda, Eoloferne, Cordileone, Maramaldo, lago, Nibbio, Ludro; tali Iena, Gazza, Azzolino, Lupo, Passatore, Nerone, Borgia, Crudele, Lima, Dinamite.  È vero che non è sempre il padre o la famiglia dell'innocente, che sceglie il nome; ma è vero in quanto ai nomi comuni, non già rispetto a quelli che racchiudono uno strano e triste significato. Quale buon padre permetterebbe mai che al figliol suo si imponesse il nome di Henry, Ravachol, Caserio, o quello di Lima o Dinamite alla sua figliola? E quale galantuomo permetterebbe che i suoi nati si chiamassero Ludro, Nibbio, Passatore, Gazza, Jena? Al contrario si sa come la scelta di questi nomi malaugurati è fatta dai genitori con una protervia singolare. Un tenerissimo padre presentava al fonte del bel San Giovanni, essendo pontefice Leone XIII, una vezzeggiente creatura per battezzarla con questo nome: Topo. Il battezziere si rifiutava, ma il tenerissimo padre insisteva; il prete osservava che quello non era nome da cristiano ma da bestia; e il tenerissimo rimbeccava: - La scusi, o il Papa non si chiama Leone? più bestia di lui (voleva dire del leone) dove la vuol trovare?

I portatori dei nomi male auspicati li ostentano generalmente con altrettanta alterigia tendenziosa, che dimostra come rare volte discende per i rami l'umana probità ma non la perfidia. Un malvivente sapeva far tremare le porte dei casolari alpestri dicendo soltanto: - Son Lupo! - Un accoltellatore non apriva mai il coltello senza urlare prima alla vittima atterrita: - Mi chiamo Caino!

Era dunque giusto notare come qualche volta, prima che i delinquenti parlino, parlano in loro i nomi che portano. Se poi tendiamo l'orecchio al linguaggio che la nostra gente si crea e si adatta da , udiamo diverse lingue, orribili favelle, voci fioche e segni parlanti di mano con quelle: un linguaggio nuovo e strano e oscuro, che dimostra come questa gente vuol vivere e comunicare in un mondo tutto a . Di lei, più che d'ogni uomo, si può dire con un antico: - Parla, ch'io ti veda.

Il linguaggio proprio delle sue relazioni facinorose è il gergo. Quello usato nelle sue lotte giudiziarie è l'artifizio, ossia uno stile e un vocabolario dettato dal bisogno estremo di colorire o adattare il discorso. La nota caratteristica che accompagna l'uno e l'altro linguaggio è il gesto, come sua mimica particolare.

 

 

 




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