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| Giovanni Rosadi Tra la perduta gente IntraText CT - Lettura del testo |
IV.
Il gergo ha una letteratura propria, certo più vasta di quella che si è formata sulle lingue del Volapük e dell'Esperanto. Nella maggiore opera del Hugo è un capitolo su questa eloquenza dei miserabili, il quale è assai più fecondo di molti libri scritti di proposito in questi anni. Tra le opere nuove di antropologia criminale sono volumi particolari intorno ai palinsesti, ai geroglifici, ai gesti, agli sguardi dei delinquenti. E già nel 1610 era pubblicato in Firenze "alle Scalee di Badìa con licenza delli superiori" un "nuovo modo di intendere la lingua zerga, cioè parlar furbesco" che basta a dimostrare come il gergo, anche nell'uso di alcune voci, sia assai antico.
Creato certamente da un bisogno di difesa, dovette nascere tra quella triste gente del secolo XV che si chiamò dei Mercèlots e andò a ingrossare le file della tenebrosa associazione dei Pezzenti, i quali chiamavano jargon il loro linguaggio. Ma l'uso d'un linguaggio segreto e convenzionale al di fuori della cerchia dei facinorosi è forse antico quanto la lingua. Noi lo sappiamo adottato da antichissime associazioni probe e fondate in nome di un nobile principio, quale fu la scuola dei discepoli di Pitagora. Le parole sordide della prima plebe romana (sordida verba) che ci hanno tramandato i grammatici nel distinguerle dalle regolari o comuni (regularia o communia) non erano che forme simili a quelle del gergo pitagorico. E un gergo vero e proprio adottarono quasi sempre le congiure e le sètte politiche. Pietro Marucelli, per dire dei moderni, ne immaginò uno per la sua associazione, che gerghescamente si chiamava filedonica; Luigi Settembrini ne pensò un altro per i suoi compagni delle carceri borboniche. Tutto ciò conferma la ragion d'essere di questo linguaggio particolare, la quale ragione è sempre quella di uno stato di lotta e di un bisogno di difesa: stato e bisogno che insegnano un gergo anche agli operai d'una stessa officina e persino agli amanti di difficile e rischiosa ventura, che corrispondono su l'ottava pagina dei giornali.
Tra la gente perduta il gergo consiste per lo più in una locuzione figurata con la quale si sostituisce al nome della cosa il suo attributo o il suo equivalente. È questa una figura retorica che la letteratura conosce sotto il nome di sineddoche.
Si sostituisce al nome l'attributo quando l'anima si chiama la falsa; la vergogna, la rubiconda; la carta, la bianca; il giudice, il curioso; il medico, il toccatore; l'avvocato, il salvatore; la prigione, la travagliosa; il fanale, l'incomodo; la lingua, la serpentina; la nave, la bruna; il gennaio, il nevoso; l'aprile, il verde; il maggio, l'odoroso; la pipa, la fumosa; la minestra del carcere, la cattiva.
Si sostituisce al nome l'equivalente quando il viso si chiama il berleffo; la fame, la morsa; l'orologio, il tintinnìo; i ladri, i pescatori; il carabiniere, l'incudine; i parenti, gli attaccaticci; la spazzatura, la coda di veste; il mazzo di carte da giuoco, il libro di quaranta pagine; il bambino, il cuor della mamma; il biglietto clandestino, la farfalla; il desinare della famiglia al carcerato, il globo; la stanza di sicurezza nei tribunali, la carbonaia. E la stessa maniera degli equivalenti si applica alle parole che han significato e forma d'azione, come quando si traduce ferire in tagliare, fuggire in sgambare, confessare in svesciare, denunziare in soffiare, tacere in nicchiare, impiccare in allungar la vita, tagliar la borsa in far la scarpa, rubare in gramignare o alzare o truccare o sgraffignare o alleggerire,... fino all'infinito, giacchè intorno a questo significato è ricchissimo nell'uso il dizionario della lingua italiana!