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| Giovanni Rosadi Tra la perduta gente IntraText CT - Lettura del testo |
VI.
Chi si affaccia alla vita giudiziaria e vede costoro inforcar gli occhiali e sedere nel pretorio in posa di arbitri, per decidere della rovina o della fortuna di un cittadino, inorridisce e pensa che un nuovo giudizio di Dio si instaura nel nostro costume giudiziario ed a Dio si raccomanda perchè la verità passi inoffesa sulla sbarra rovente.
Invece il falsario ride quando sente infrancescare di Cinematica e di Doronomia e di trapezi e di ilosse e di volteggi e di rivolte a destra ed a sinistra, di graduazione degli oscuri, di giacitura dei livelli di base, di aria fisionomica, di modi tipici, di lettere provviste di debiti, come uno Stato dopo la guerra.
Il falsario ride quando apprende che si è scoperta una rappresentazione geometrica de' suoi movimenti, mercè la quale si stabilisce che la proporzione di una lettera con l'altra è unico effetto del moto di roteazione dell'antibraccio a tronco di cono: movimento doppio in cui han luogo al tempo stesso uno scorrimento e una roteazione intorno alla retta che passa pel centro dell'avambraccio alla estremità superiore omerale, al di là dell'estremità inferiore carpiena: ragion per cui le proporzioni della scrittura hanno la loro causa e la loro spiegazione nella conicità individuale dell'avambraccio.
Il falsario ride quando vede quegli insigni scienziati scendere dalla bigoncia e avvicinarsi a lui per notomizzargli le apofisi e le cavità articolari del suo omero, il radio del suo avambraccio, il carpo e il metacarpo della sua mano, le falangi e le falangette delle sue dita.
Il falsario ride quando sente attribuirsi "pentimenti" che non ebbe, perchè sa che al contrario formò tutta di getto la scrittura e la riguardò con la più profonda soddisfazione dell'opera propria con quell'obliqua inclinazione del capo con cui l'artista rivede l'ultimo tocco del pennello o dello stecco.
Il falsario ride quando sente farsi il torto d'una grande commozione che gli fece tremare la mano e dare allo scritto una pressione e una pendenza ineguale, ricordandosi bene che causa di queste particolarità fu la penna arrugginita e guasta che gli cioncò tra le unghie o il piano scabroso su cui fu costretto a scorrere balzellante la mano.
Ma non ride l'innocente che ascolta la sua sentenza e apprende che quelle mirabili invenie, non accreditate se non dall'abitudine macchinale del congetturare, hanno valso di prova e di convinzione a suo danno.
Non rise il litigante Armeno ricordato nella Novella di Giustiniano, che vide affermare sull'esame delle scritture quello che era smentito sulla fede delle testimonianze; sì che l'imperatore dovette decretare la regola opposta - meritare maggior fede le testimonianze che non le scritture - e raccomandare per queste occasioni - la prudenza e la religione del giudicare9.
Non rise il curato di Jouarre, accusato da sette calligrafi parigini di essere lo scrittore di lettere diffamatorie dirette alla badessa di Jouarre, fino al giorno lontano in cui il colpevole confessò il suo delitto e quello più scellerato dei sette periti che avevano sollecitato la condanna; nè risero i canonici di Beauvais, accusati dal luogotenente Reynié di avere scritto lettere destinate a turbare la tranquillità pubblica, fin che non prese il loro posto nel carcere il colpevole che aveva imitato la loro maniera di scrittura10.
Non rise il capitano Dreyfus davanti alle giberne giudicanti di Rennes, quando il perito Bertillon, alla testa di quattordici soldati recanti sette casse cariche di schizzi grafici, di disegni colorati, di immagini fotografiche, comparve al dibattimento con la rosetta della legion d'onore all'occhiello di una grande zimarra azzurra e imprese a dire che l'accusato era l'autore della cedola su cui era scritto il suo tradimento.
Era il perito calligrafo dell'ultima maniera. Ma un alchimista del medio evo lo aveva già preceduto nella storia delle follie e delle mistificazioni. Dopo una lunga udienza, nella quale i quadrigliati, i trasparenti, i punteggiati, gli ingrandimenti ballavano una ridda furiosa, il perito infila il pollice sinistro nello sparato della zimarra azzurra e punta l'indice destro sopra un castello di carte costruito dalla sua fantasia malsana. Pare Napoleone che spiega a' suoi generali il campo d'Austerlitz. Ma non è ancora soddisfatto: chiede una seduta notturna, come farebbe uno spiritista, per compiere la dimostrazione della colpa dell'accusato col sussidio di proiezioni luminose. Finalmente conclude che la scrittura rivelatrice obbedisce a un ritmo geometrico, del quale è accertata l'equazione nella carta sugante dell'accusato. I giudici non possono credergli, ma vogliono condannare. Ed ecco che in queste e altre occasioni cosiffatte il perito è la mosca che ara, sol perchè s'è posata su l'aratro tirato da' buoi. E i buoi sono i giudici, forniti di tutta la forza di cui li fanno capaci l'urlo e la sferza di quel rozzo bifolco che è il volgo col suo partito preso.
Tra l'innocente che piange e il reo che ride non può frapporsi che la prudenza e la religione raccomandate ai giudici dall'imperatore romano. La prudenza del giudice vuole che alle scritture non sia riconosciuta altra virtù tranne quella di una prova complementare, indiziaria, di per se stessa insufficiente e pericolosa; la religione del giudicare impone che nell'apprezzare un tal contributo di prova il giudice non deleghi mai la coscienza e la responsabilità del giudizio ad alcuno e tanto meno a chi ostenta i segreti d'una tecnica che per essere accettata non dovrebbe essere allegra e fantastica ma razionale e persuasiva.