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Giovanni Rosadi
Tra la perduta gente

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III.

 

Mentre percorro l'andito angusto, in cui questo umano alveare apre la sua triste intimità, sono invitato a entrare in una cella. Lo strano abitatore è condannato a morte; poi fu graziato del capo. È pallido e macilento, di età avanzata, di esile e breve corporatura, d'aspetto mite e sommesso.

Era disteso nel suo lettuccio e aveva il viso coperto da una benda. Toltagli questa, è rimasto a occhi chiusi, sebbene si sia levato a sedere e abbia cominciato a parlare.

- Mi riconoscete? - gli ho domandato per indurlo ad aprir gli occhi.

- Tutti ci conosciamo perchè tutti siamo fratelli; e le donne sono nostre sorelle; ma sono ingiustamente dimenticate; infatti si dice umanità e fratellanza, mentre si dovrebbe dire anche donneittà e sorellanza.

- Sento che vi siete fatto feminista; ma perchè non aprite gli occhi?

- E perchè dovrei aprirli? per vedere il sole, se non me lo lasciano toccare?

Questa pretesa di confidenza e di contatto con l'astro maggiore è un'idea fissa del pover uomo, la quale si estende anche agli astri minori. Infatti una sera di plenilunio si affacciò alla sua inferriata e gridò a una guardia che vide nel cortile sottostante:

- Guardia, andate a smorzare quella luna, che non posso dormire.

Poco dopo una nuvola fugace eclissava interamente il disco luminoso. Allora il pover uomo, adirandosi contro la guardia:

- Vi avevo detto di smorzarla e non di spengerla.

- E poi e poi - ha ripreso a dire, parlando con me - non apro gli occhi perchè non ho carta da lavorare.

Anche questa pretesa di aver carta a suo piacere è una fissazione del mio interlocutore. Infatti l'assicella infissa al muro, che è mensa e scrittoio per ogni abitatore di quelle celle, è ingombra di carta d'ogni forma e misura. I lavori in carta e pane, così perfezionati tra i suoi compagni di dolore, sono da lui assai trascurati per risparmio di carta riservata allo scrivere e rappresentano quasi tutti un coltello e una bandiera, simboli degli strumenti di cui era munito nell'esecuzione del suo delitto.

In uno de' suoi scritti si legge: "O Sire o Re D'Italia Vi reclamo le 3 Lire a mese da cucinare da me la carta da scrivere uno Giornale. Viva l'assegno d'ogni età evviva la Repubblica Universale".

- Dunque siete repubblicano - gli ho osservato.

- L'ho gridato tutta la notte; ma è inutile....

- E l'assegno d'ogni età che affare è?

Allora mi ha esposto prolissamente una certa sua dottrina d'un certo suo comunismo a base di fratellanza e di sorellanza, che in verità non sono stato capace di afferrare; tanto che ho cercato di richiamarlo a un argomento particolare e più positivo:

- E il fatto di Napoli?... Come andò il fatto di Napoli?

Quell'uomo è condannato a sentirsi ripetere questa domanda da quasi trent'anni; e vi risponde in modo spesso diverso ed evasivo. A me oggi ha risposto come mi rispose tredici anni fa, quando lo vidi per la prima volta nello stesso luogo.

- Il passato è passato e non ritorna più. Se io semino e voi raccogliete, come fate a ritrovare il seme che è diventato frutto?

- Giusto! Ma avete mutato opinione sul vostro avvocato?

- Diceva ogni momento nel suo discorso: sire, sire. E io gli accennavo il busto della sala d'udienza e gli dicevo: non vedi che ha la testa di gesso?

L'ho lasciato, dicendogli che m'annoiavo a parlare con un uomo che sta a occhi chiusi. M'ha pregato di trattenermi; ma piuttosto che aprir gli occhi m'ha lasciato andar via.

Il mio ostinato interlocutore, forse ve ne siete già accorti, è Giovanni Passanante, che attentò al re Umberto nel '78. Mi è stato detto che la sua strana ostinazione degli occhi chiusi durava da varî giorni ed era uno dei nuovi capricci della sua demenza consecutiva, che è l'ultima fase di quello stato di incoscienza e di irresponsabilità che fu fatta apparire invano dai periti frenologi nel suo processo per regicidio.

Per vario tempo e con singolare concessione il Passanante coltivava a orto il divisorio destinato al suo passeggio. Vi aveva composto nel mezzo una piccola aiola e attorno ai muri aveva appoggiato gigli e fagioli, agli e rose; gusto matto di un romantico che fa il realista per forza! Ma un giorno in un accesso di delirio, dette di piglio a tutto il suo strano prodotto, sradicò ogni pianta, calpestò ogni fiore; e il piccolo orto, che aveva per lungo tempo ristretto lo spazio prezioso al passo del prigioniero, parve colpito dalla furia dell'uragano. Quel giorno fu l'ultimo che Passanante uscì dalla sua cella. Oggi ho riveduto il suo orto abbandonato: un solo filo di gramigna tremolava al vento, unico verso dell'ultima poesia d'un dissennato14.

 

 

 




14 Il Passanante finì i suoi giorni nell'Ambrogiana il 14 febbraio 1910 senza riprendere mai la coscienza.






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