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Giovanni Rosadi
Tra la perduta gente

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V.

 

Ma l'occhio stanco e l'animo confuso dinanzi a così miserevole spettacolo si ritemprano alla vista di due stanze silenziose e tranquille. Nell'una di queste alcuni alienati lavoran da calzolai; nell'altra altri tagliano e cuciono da sarti. Tutti costoro seggono sopra sgabelli separati e distanti, valendosi di arnesi legati a catena, a scanso di reciproche offese. È questo un paziente e benefico tentativo di lavoro tra i pazzi.

Ma quanti tentativi inani! Quante inutili cure attorno a questa gente perduta! Ogni rimedio, ogni compenso è perduto con lei. A riguardare la sua condizione così mortificata e pur necessaria vien fatto di riflettere come il sommo della perfezione civile, quale può essere nel sistema della difesa pubblica un manicomio criminale, non è se non la continuazione e il complemento dell'infelicità del fato, invece che esserne la correzione e il sollievo.

Ecco che una voce imprecante a mille persecuzioni e mille angarìe va ripetendo ad alte note questa amara riflessione. - Se son pazzo - grida quella voce - perchè m'avete condannato come reo? se son reo, perchè mi trattate da pazzo? - La voce è d'un uomo ancor giovane, che è condannato a vita. È un altro regicida, che attentò nel '97 alla stessa persona del re Umberto: è Pietro Acciarito di Artena, paese di triste fama, che invano si dolse di essere sua patria e chiese di mutar nome, come invano già altra volta lo mutò. Andato con i suoi a diciott'anni da Artena a Roma, era fabbroferraio fino a due giorni prima dell'attentato: nel principio del nuovo soggiorno frequentò le scuole e con particolare amore quella del disegno, ma lo studio il lavoro valsero a dare ordine e impulso al suo avvenire: cominciò a delirare due anni prima del delitto per malattia d'infezione, poi s'incontrò con Pasqua, e i suoi amori con lei furono tutto un delirio: si separò dalla famiglia e s'infiacchì nel lavoro: la percezione subitanea e confusa delle idee politiche, non corretta da alcuna forza di reazione di elaborazione, fece il resto.

Non si notano segni esteriori evidenti di degenerazione, tranne il cranio aguzzo, il naso obliquo, lo sguardo vivo e duro; ma il suo albero genealogico dimostra come in lui sia discesa per i rami l'insania. L'ava materna visse più anni e morì nel manicomio per manìa furiosa, la zia vi fu rinchiusa poco dopo per manìa di persecuzione, la madre è frenastenica, il padre bevitore: ciò che non gli impedisce di essere un vecchio e regio portiere e di vantarsi di esser nato nello stesso giorno in cui nacque per appunto re Umberto. Oggi l'attentatore alla vita del coetaneo regale del padre è nel massimo disordine di idee e di affetti: argomenti sociali e pensieri d'amore si alternano e si confondono rapidamente: immagini di persecuzione e sogni di gloria si inseguono e si contrastano a vicenda: stadî di incoscienza e sprazzi di malizia si compendiano in una stessa nota di irresponsabilità e di follìa.

Se questa nota si fosse ricercata e riconosciuta in tempo e al di sopra di pregiudizî ingiusti e persino contrarî ai loro fini, si sarebbe subito accertato che il regicida di Artena aveva avuto un complice: il suo genio malsano. E non si sarebbero cercati altri complici e tanto meno si sarebbero inventati. Ma, ammessa la sua libera e piena responsabilità, suggellata con l'ergastolo, era logico e giusto credere a complicità adombrate. L'errore non può che generare l'errore.

Intanto due regicidi, condannati come responsabili pieni, fin da poco dopo le loro condanne sono in un manicomio criminale, sono per identità di origine e di destino l'uno accanto all'altro qui a Montelupo, donde si vede Capraia e per giunta si impara veramente come "Iddio fa le persone e poi le appaia".

 

 

 




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