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Giovanni Rosadi
Tra la perduta gente

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II.

 

Qui si discorre dell'affermazione della realtà; e però si riaffacciano i due termini del mistero giudiziario: vittima o ribelle? colpa o sacrificio?

Tra questi due termini si ritrovò un cittadino di Firenze, che nella sua breve vita aveva dato buon esempio d'onestà e di moderazione. Artigiano col sole, servitore la sera, fu ugualmente fedele e operoso così sotto il camiciotto dell'artefice e alla tavola del mosaico come sotto la giubba del servitore e al letto del padrone. E presso il padrone crebbe e servì per lunghi anni, non interrotti neppure dalle nozze contratte dalle sollecitudini accresciute per doppia prole.

Una sera di giugno era a custodia della casa lasciata dal padrone e dalla sua famiglia, che erano andati a godersi la quiete del podere. Gli era compagna la donna di casa. Averardo Bracciotti e Annina Galletti, i due custodi, erano giovani; Annina era anche formosa e non spiacente ragazza; ma al ricco padrone stava a cuore il pericolo delle sue ricchezze, non quello d'una accensibile compagnia notturna.

Era la mezzanotte, quando gli abitatori della casa del numero 1 in via Barione udirono dapprima confusi lamenti e poi lunghe e distinte grida d'aiuto. Bussarono alla porta del secondo piano donde partivano quelle grida, nessuno aprì; chiamarono, nessuno rispose; spiarono d'ogni parte la casa, non si udì che le stesse grida. Abbattuta e scavalcata una finestra, si scòrse a pochi passi, in un andito della casa, Averardo Bracciotti disteso in terra e legato nella persona da doppia corda, che gli costringeva i polsi sui reni e gli circondava strettamente il collo e i piedi. Presso la bocca aveva due ampie pezzòle annodate per di dietro e leggermente macchiate di sangue. Sciolto a gran stento, quell'uomo gridava con accento di orrore: - I ladri, i ladri! siamo stati assassinati! l'Annina, l'Annina! - Traversate due stanze, il passo degli animosi fu sbarrato da uno spaventevole ingombro: l'Annina con i capelli scomposti, gli occhi dilatati, la bocca gonfia, le mani legate, un piede scalzo, la gola stretta in un doppio giro di corda, un altro tratto di corda sciolto vicino ai piedi, giaceva morta sul limitare d'una stanza prossima alla cucina.

Dinanzi a questo raccapricciante spettacolo volle esser condotto anche Averardo, che alla vista di ciò che aveva già annunciato col nome di Annina si ripiegò sulle ginocchia e ripetè più volte quel nome, che ormai apparteneva a chi non rispondeva più. Percorse le altre stanze in traccia dei ladri, se ne rinvennero le vestigia: mossa e travolta la suppellettile, scassati e aperti vari cassetti, vuotato e disperso un medagliere, e una cassaforte, che a dir del proprietario doveva racchiudere valori per migliaia di lire, violentemente aperta e predata. Sul cadavere di Annina non si riscontrò, oltre il solco profondo un dito intorno al collo, segno di violenza di contaminazione.

Narrava il Bracciotti che, essendo solo con la compagna e seduto presso di lei al desco preparato per la cena, udì sonare il campanello di casa; andò ad aprire seguito dalla donna che portava il lume; domandò prima chi fosse e gli fu risposto: il sarto. Allora aprì; ma fu appena in tempo ad adocchiare un uomo alto, dalla barba nera, con un grosso fardello sotto il braccio, e dietro a quello un altro di più corta statura e con folti mustacchi, e un altro ancora o piuttosto l'ombra d'un altro che si perdeva dietro le due prime figure, quando improvvisamente fu colpito al petto, gettato a terra presso l'andito e imbavagliato. Intanto altri si scagliò sopra la donna; il suo lume essendo caduto spento a terra, egli non vide più nulla; sentì il tonfo di un corpo che stramazzava, poi un urlo soffocato e poi null'altro; avvertì però i passi di gente che si dirigeva alle altre stanze; poi i rumori vari di una furiosa devastazione; quindi i nuovi passi di gente che ritornava, varcava la porta di casa e la chiudeva. E solo allora cominciò a gridare al soccorso.

 

 

 




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