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| Giovanni Rosadi Tra la perduta gente IntraText CT - Lettura del testo |
L'arte ha rivestito spesso delle sue spoglie agili il delitto; e le sue rappresentazioni sono preziose quando contribuiscono non già di proposito nè per sistema ma per intuito spontaneo a rivelare verità inosservate. Ma ha passato la parte quando ha esaltato le rappresentazioni del sangue e della morte violenta, ha abbellito i rapimenti e le stragi, ha avvalorato l'amore acuito dall'acredine dello spasimo, ha sublimato la bellezza contorta dal gemito del dolore.
Frine, che domanda a Prassitele a prezzo d'amore il capolavoro di Eros, non è se non un'illustrazione viva della colpa asservita al piacere estetico. La tragedia greca si aggira spesso intorno alla più grande aberrazione dell'amore per la bellezza, qual'è l'incesto, secondo l'opera di Eschilo, di Sofocle, di Euripide. E così la tragedia tra il 1700 e 1800, secondo l'opera del Bacine e dell'Alfieri, non continuata per fortuna dai drammaturghi novissimi.
Primo tra i nostri, Cino da Pistoia, il dolce Cino, cantava:
E piacemi veder colpo di spada
altrui nel viso e nave andare a fondo;
e piacerebbemi un Neron secondo
e ch'ogni bella donna fosse lada.
E quella bestia del suo concittadino contemporaneo Vanni Fucci, delinquente non solo per la gesta alla sagrestia dei begli arredi ma altresì per violenze sanguinarie:
Per me non luca mai nè sol nè luna,
posto mi ho in cor di dir ciò che convene,
fo ciò senza portare.... a chi porta,
voglia mi viene di stracciarmi i panni(18).
Nella rappresentazione shakesperiana sono forse identificati i tre tipi principali di delinquenti: in Macbeth il nato, in Amieto il pazzo, in Otello il passionale; e intanto Macbeth ci offre una rivelazione della sua estetica criminale quando narra alla donna il suo bell'omicidio e le esprime tutto l'animo suo gagliardo avanti e dopo il delitto.
Il masnadiere Carlo Moor, nell'intenso dramma giovanile dello Schiller, non è che un delinquente conquiso da sogni di bellezza e di grandezza, agitati in lui da un profondo disgusto del mondo volgare e da una di quelle nature predestinate a fare di un uomo o un Bruto o un Catilina.
Hjördis, nella Spedizione Nordica dell'Ibsen, è donna che giustamente si paragona da sè ad aquila in gabbia, che becca le sbarre, siano di ferro o d'oro; e d'aquila ha l'occhio e l'ala dal volo robusto per anelare a sogni grandiosi indefiniti di bellezza, di terrore, di cimento. A Dagny, sua compagna, dice con grande naturalezza:
- Non ti meravigli di vedermi viva? non hai paura nel trovarti sola con me, ora che cade la notte? Dobbiamo essere come sorelle, finchè tu sei mia ospite; andremo al mare quando imperversa l'uragano e le onde fuggono come selvaggi cavalli dalle bianche criniere e lontano appaiono le balene. Ah! che voglia è quella di comparire dinanzi alle navi come una strega sul dorso delle onde, scongiurare le tempeste e con magici canti attirar gli uomini nella profondità del mare.
L'eroina di Hedda Gabler dello stesso Ibsen è il tipo di un'altra donna che ama diletti virili, azioni energiche, commozioni estetiche. Sposa uno scienziato timido per contrasto di pietà e finisce per levarsi la vita senza altra ragione se non quella d'un bel gesto e dopo aver lodato l'uso già fatto di quella stessa pistola da un altro suicida del dramma (Loerborg), osservando però che sarebbe stato più bello spararsi, invece che al petto, alla tempia, come intanto fa lei.
Sono fiori sbocciati dall'estetica del male i componimenti intimi del Baudelaire, dal canto dell'Eroe delinquente ma felice all'ultima lirica alla Donna, a cui il poeta grida: - Piangi, disperati, allora soltanto mi piaci! - E sono fiori addirittura venefici quelli di cui si circonda la fronte il poeta nel cantare che se il pugnale, il veleno, lo stupro non intessono più bellamente il canevaccio della nostra stupida vita, egli è perchè non siamo abbastanza audaci nel vivere.
Ed è una rappresentazione di estetica criminale storica il dramma del buon Cossa, impersonante Nerone che sino all'ultimo gemito grida di essere un artefice, anzi l'esteta sublime, che appicca il fuoco all'Urbe per attingerne una novissima ispirazione poetica e che mesce nel vino la cenere di Roma per un ditirambo originale.
Ed è una personificazione d'estetica criminale Corrado Brando del dramma dannunziano. Quell'uomo che ne uccide un altro, dopo averlo derubato, è alla ricerca della gloria, in continuo sforzo di grandezza e di dominazione, e crede di essersi innalzato superbamente al di sopra di tutte le miserie umane. Egli si sente fuori della legge e al di sopra della società; la bellezza del fine lo rinfranca a passar sopra a certi ostacoli meschini, quale sarebbe la vita d'un vecchio possessore d'una sufficiente ricchezza; egli si vale della sua forza per appropriarsela spezzando l'ostacolo, perchè egli solo saprà impiegarla in uno scopo glorioso. Tutto ciò dice lui, l'eroe, ma non lo dimostra l'azione del dramma; e però il pubblico del teatro non gli crede e non gli da ragione.