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Giovanni Rosadi
Tra la perduta gente

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IX.

 

Gli scrittori che fecero esperienza delle proprie opere non teorizzarono come Beyle e Bourget, ma si dolsero degli effetti che non avevano voluto. Lo Schiller, costretto a scampare alle molestie del duca Carlo e della società scossa dal dramma geniale nel suo vecchio ordine costituito, emigrò in solitudine e deviò dalle manifestazioni del suo primo lavoro. Il Goethe, a malgrado della sua gagliardìa d'animo, si sentì inseguito dallo spettro delle sue vittime e particolarmente della signorina Wrangel di Weimar, che credendosi abbandonata dal suo promesso sposo si gettava nel fiume, presso il giardino dello stesso Goethe, ed era raccolta esanime sotto i suoi occhi, mentre aveva indosso il libretto del "Werther". Il Foscolo, che imitò questo libro nel tono deprimente con l'"Jacopo Ortis" e ne cagionò qualche simile effetto, se ne dolse pubblicamente. - È reo - scrisse - chiunque fa parere inutili e tristi le vie della vita alla gioventù, la quale deve, per decreto della natura, percorrerle preceduta dalla speranza. - E ad un giovane che gli domandava se poteva scrivere come Jacopo, rispondeva: - Sì, ma metto una condizione: che tu abbia perduto non l'innamorata, ma la patria, e quella patria e a qual modo.

Il Boccaccio, che sapeva di aver prodotto tutt'altri effetti col Decamerone, ma non certo morali, avendogli scritto l'amico suo Mainardo Cavalcanti come si proponesse di dare a leggere il Novelliere alle sue donne, si affrettava a sconsigliarnelo con un'ansia di vecchio pentito, che commove. - Tu sai - gli scriveva - quante cose vi siano men che decenti, anzi contrarie all'onestà, quanti pungoli alle veneree concupiscenze, quante cose atte a sospingervi un petto anche di bronzo, le quali, sebbene sieno incapaci di trascinare all'incesto illustri donne, sulla cui fronte è scolpito sacro pudore, vi insinuano tuttavia con passo tacito un ardor lusinghiero.... Guardati, te lo ripeto, per mio consiglio, per mia preghiera, dal farlo.... Leggendolo mi ripeteranno turpe mezzano, incestuoso vecchio, uomo impuro, turpìloquio, malefico ed avido relatore delle altrui scelleraggini. - E Victor Hugo, che pure non aveva da rimproverarsi particolari effetti funesti, sentiva il bisogno di fare la sua ammonizione: - O poeti, abbiate sempre un fine morale dinanzi a voi: non dimenticate mai che i fanciulli vi possono leggere: abbiate pietà delle piccole teste bionde. Noi dobbiamo ancora più rispetto alla gioventù che alla vecchiaia.

Ora, se può sonar romantica, è giusta la difesa dei fanciulli, e specialmente delle fanciulle, che posson leggere e leggono più degli adulti. Ferdinando Martini, in una polemica sulla verecondia della letteratura, essendogli state messe dinanzi agli occhi queste gracili vittime della licenza, esclamava: - O maritatele una buona volta, queste ragazze. - Sì sì, ma la dote non gliela dava lui; e un'arguzia non sempre risolve una questione.

Si dice agli scrittori: proponetevi un fine morale. Ma non sempre il fine salva i mezzi se non assorbe in il loro effetto immediato, perchè, vedete, avviene questo nella realtà: che mentre l'autore scrive per un fine morale e col calcolo di rivolgersi a lettori capaci di distinguere il fine dai mezzi, ecco che coloro i quali potrebbero leggere tali pagine senza pericolo, anzi con profitto, non le leggono, e coloro che al contrario dovrebbero leggere altre cose non leggon che quelle.

Il segreto del libro onesto non sta soltanto nel fine morale, ma sì nell'assoluta ed esclusiva attitudine dei mezzi a conseguire quel fine, in modo che i mezzi non gli prevalgano e non lo soverchino.

 

 

 




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