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| Giovanni Rosadi Tra la perduta gente IntraText CT - Lettura del testo |
XI.
E quanto meno l'arte è alta e tanto più è facile la sua influenza al male, qualunque sia l'argomento che svolge, dovunque conduca l'azione che muove. L'arte, sia la più subordinata ai metodi della verità positiva, ha un ideale intrinseco in sè stessa, che è il suo fine supremo e che prescinde dall'argomento e dall'azione, che pur sono i mezzi subordinati a quel fine. Se i mezzi non sono subordinati ma soverchianti ed esaurienti in sè stessi, si può parlare d'un buono studio o d'un bel pezzo d'arte ma non d'un'opera artistica. L'ideale, che è la sua ragion d'essere, è una pura astrazione di bellezza, un effetto eliminativo più che cumulativo dei particolari dell'opera. Di modo che nell'arte grande un particolare di nudo, un argomento di bruttura, un'azione di malizia non è nè deve essere il fine nè l'effetto dell'opera; il male in una tal'arte non può essere la sorgente stessa del piacere immediato ma sì il ponte che si attraversa per giungere alla soddisfazione del piacere indiretto, consequenziale. Nella sproporzione e nell'eccesso di mezzi che siano di per sè osceni o licenziosi rispetto al fine, che deve sempre emergere nobile e puro, sta il discrimine del lecito e dell'illecito nell'arte.
Una figura tutta nuda come la Venere Capitolina ci suscita un'emozione purissima; le grandi e franche nudità di Michelangelo nel Giudizio Universale, invece di svegliarci il senso del pudore e offenderlo, mettono così in alto il fàscino dell'opera, che quelle forme paiono rivestirsi di una luce soprannaturale e trasfigurarsi; quell'arte
che amore in Grecia nudo e nudo in Roma
d'un velo candidissimo adontando
rendea nel grembo a Venere celeste,
divinizzava l'umano, non lo imbestialiva. Infatti gli artisti greci preferivano rappresentar nudi gli dèi e gli eroi e gli uomini che innalzavano al grado di numi; e dall'esser tutta nuda la statua del Gladiatore Borghese si argomentò che ella non dovesse rappresentare un semplice gladiatore ma un eroe. I plastici romani che vollero aggreggiarsi agli adulatori nell'apoteosi dei loro sozzi imperatori li effigiarono nudi. Nudo significò, in Atene e Roma, immortale.
E così ci furono poeti grandi che posero nel paradiso terrestre della loro strofa l'uomo e la donna perfettamente nudi come uscirono dalle mani di Dio; ma non fecero che divinizzare alla lor volta la nudità. Il peccato originale non era per loro, come non è pei loro compagni di levatura superiore alla mediocre, il tema unico e dominante dell'opera, ma incidentale e subordinato.
E però non è giusto attribuire un'influenza malefica nelle scuole all'estetica classica, benchè malamente professata21. Se s'allude alla storia del mondo classico, si può ammettere che la nota della violenza sia predominante rispetto a quella della frode, che è tristamente propria della storia moderna. Ma non si deve ammettere così per fretta che l'esempio della malizia sia più educativo di quello della forza. Del resto la storia di Roma, che più è ispirata alla violenza, non manca del tutto di contenuto morale. La liberazione di Roma, prima dai re e poi dai decemviri, dipende dai casi di due vittime muliebri, Lucrezia e Virginia, sacrificate al pudore. Coriolano non arretra davanti al Senato e solo s'arrende ai rimproveri della madre e della sposa, per ubbidire ai quali si sacrifica al nemico. Nella stessa corrotta età imperiale, ammutinatesi le legioni, uccisi i centurioni, lo stesso Cesare Germanico spregiato, quei soldatacci inferociti e pieni di disprezzo si arrendono quando vedono la moglie Agrippina.
Se poi s'allude alla letteratura classica, i poemi omerici furono considerati dalla riconosciuta sapienza di Licurgo come uno dei più efficaci mezzi di educazione del popolo spartano, per l'elemento civile che vi scorgeva. Quello stesso scetticone di Orazio, nell'esporre l'alto ufficio morale del poeta, diceva che Omero definì meglio di Crisippo e di Crantore quid sit pulchrum, quid turpe, quid utile, quid non. Senofonte, Cicerone, Virgilio tesserono le lodi della semplicità e dell'operosità della vita rustica.
Un giovine colto, appartenente a famiglia colta, due volte laureato, a Bologna s'insaguina nelle vene del cognato, premeditandone la strage. Ecco che si pensa alla nefasta influenza degli studi classici su di lui che ha compiuto anche gli studi di lettere e che poco prima del delitto ha letto in una biblioteca pubblica Esiodo. Ma a chi pensa così bisognerebbe domandare quale utile influenza ebbero su quel giovine gli studî delle leggi, nei quali si era pur laureato, delle leggi, la cui conoscenza dovrebbe dissuadere dal male, se non per la loro virtù persuasiva, per la loro forza intimidatrice. No, il delitto di Tullio Murri è un caso del tutto dipendente dalle condizioni personali e dalle circostanze occasionali in cui s'è svolto. E, in guanto a Esiodo, le sue Giornate e le sue Opere sono per appunto una raccolta di precetti di morale pratica e di economia domestica, nella quale non rientra per nulla l'uccisione d'un cognato; e la sua Teogonìa si fonda sulla predilezione dell'antichità per le genealogie, che si fondano alla lor volta sull'amor proprio nazionale, giacchè la storia degli eroi della Grecia metteva capo a quella degli dèi. Tutta la poesia di Esiodo, contemporaneo o anteriore a Omero, lungi dal corrompere il costume e ispirare il delitto, ritrae lo spirito ingenuo dei tempi primitivi della Grecia.