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Giovanni Rosadi
Tra la perduta gente

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IV.

 

Ma l'errore, il suo massimo errore, fu quello di conoscere lord Alfredo Douglas, figliolo del marchese di Queensberry, un giovanetto pallido, sdolcinato, pronto a tutte le imprudenze e le esagerazioni, che scriveva versi su "i due amori" e "in lode della vergogna" e traduceva dall'originale francese in inglese la Salome dedicata a lui stesso. Costui condusse alla rovina il Wilde, che col suo programma artistico scritto e vissuto camminava lungo i margini del sospetto, come su l'orlo del precipizio: e lo cacciò nella tempesta di un odio di famiglia solo paragonabile a quello degli Atridi.

Alfredo, indifferente alle convenienze sociali, temerario anzi nel fronteggiarle, forse desideroso di un'aureola triste di celebrità, dovette sentire il pregio di una mano abile e forte, per quanto contaminata, che lo guidasse, come quella del Wilde; il quale, benchè ripetesse volentieri che non si può amare più di sei mesi la stessa donna (voleva dire la stessa persona), potè serbare la sua amicizia con Alfredo per nove anni, dal '91 fino alla morte.

Lord Queensberry volle rompere i legami di una tale amicizia. E ciò dette luogo ad una corrispondenza che divenne un documento terribile di prova giudiziaria e di miseria umana. Il padre si doleva col figliolo che a ventiquattr'anni avesse lasciato Oxford e non si disponesse ad abbracciare alcuna professione, si ricusava di fornirgli denaro per soddisfare i suoi vizi e gli rimproverava di avere troppa intimità con un animale bruto, col quale lo vedeva spesso a braccetto. (L'animale era un traslato e indicava il Wilde). Alfredo rispondeva per lo più con un telegramma per dire al padre solamente: "Siete un pazzo". Il padre ributtava, replicando, la pazzia sul figliolo, come non si trattasse di cosa di famiglia! "Sola vostra scusa - gli scriveva - può essere la pazzia; non per nulla a Oxford vi si credeva pazzo. Se io vi trovo ancora con quel bruto, farò uno scandalo tale da suscitarvi contro tutti gli onesti e vi priverò dell'eredità. Sappiate dunque come regolarvi". Alfredo replicava con uno de' suoi telegrammi di tre parole. Il padre ributtava che pazzo era proprio lui e scriveva con la nota d'una degenerazione profonda che scende per li rami: "Siete pazzo e vi compiango, e non mi fa meraviglia che abbiate potuto divenir preda di codesto orribile bruto. Quando eravate ancora bambino, spesso, vicino alla vostra culla, io piansi pensando a chi avevo generato". Altro telegramma di Alfredo. Il quale, per verità, nella brutta faccenda della culla non era il colpevole ma la vittima.

Ma vittima compassionevole del più atroce destino era alla sua volta il padre, che dinanzi alla malignità della natura invincibile non trovava requie al suo dolore, che era il più grande dei dolori, come quello che rende intollerabile la vita nel suo compito fatale di perpetuarsi e infligge strazi e sgomenti disperati dove si aspettano consolazioni e dolcezze soavi. Altre volte il padre minaccia il figliolo di accarezzargli con "un bastone nuovo"

la schiena sensibile e in quanto a Oscar di ucciderlo. Allora Alfredo non telegrafa; scrive: "Poichè non aprireste le mie lettere, son costretto a scrivervi una cartolina. E vi dico che le vostre minacce non hanno assolutamente potere sopra di me. Dopo la vostra azione verso O. W. procuro e procurerò di mostrarmi sempre con lui nei luoghi più frequentati, continuerò ad andare dove e con chi mi parrà meglio. Sono maggiorenne e padrone di me stesso; m'avete diseredato per lo meno una dozzina di volte; voi avete su di me un diritto qualunque, morale o legale che sia. Se O. W. intentasse contro di voi un processo per diffamazione, potreste esser condannato a sette anni di lavori forzati: nonostante tutto il mio odio contro di voi, desidero che ciò non avvenga, ma se voi tenterete di usarmi violenza, mi difenderò con l'arme che porto sempre meco e se vi ucciderò sarò perfettamente nel mio diritto. Del resto non credo che la vostra morte possa rincrescere a molti".

In quanto al parricidio forse gliene mancò l'occasione; in quanto a continuare a fare tutto quello che gli piaceva ed a mostrarsi col Wilde, Alfredo fu di parola. Chi lo vedeva in compagnia di lui nei "gabinetti riservati" e in altri convegni era preso da un sentimento di paurosa curiosità, domandandosi se non stesse per sopraggiungere il padre con quel "bastone nuovo" di cui aveva fatto minaccia27. Ma il padre sopraggiunse davvero alla prima rappresentazione della commedia Ernesto o La necessità di essere uomo serio, nel Saint James Theatre, dove suscitava grande commozione tra gli iniziati. Voleva gridare, in presenza di tutto il pubblico, all'autore, ciò che pensava di lui; ma fu trattenuto fuori. Si dovette contentare di fargli consegnare un bel mazzo di legumi, e più tardi, recatosi al circolo che il Wilde frequentava, lasciò per lui un biglietto dove formulava l'accusa di "pose esteriori". Era la premeditazione dello scandalo. Era infatti premeditata l'abilità di lord Queensberry nell'accusare il Wilde non di azioni mal suscettibili di esser provate ma semplicemente di apparenze, di "pose". Il Wilde, un pesce fuor d'acqua nel regno giudiziario e incosciente come tutti i pervertiti, abboccò all'amo e si querelò dell'ingiuria. Lord Queensberry fu arrestato secondo il rigore della legge inglese. Tutta Londra se ne commosse e arse del più acceso favore per l'uomo che tentava salvare il figliolo dalla rovina e la società dall'ignominia.

 

 

 




27 Fa testimonianza e tratta di tutto ciò M. A. Raffalovich, L'uranismo nel processo O. Wilde, traduz. di C. Bruni. Bocca, 1896.






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