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| Giovanni Rosadi Tra la perduta gente IntraText CT - Lettura del testo |
Il giorno del dibattimento (3 aprile '95) Oscar Wilde si recò al tribunale in cocchio a due cavalli e con due servitori in livrea, accompagnato da lord Alfredo. Il giudice però non permise che il giovanetto assistesse all'udienza e si mostrò assai severo verso l'amico maggiore, il quale pareva non si rendesse conto della gravità del suo caso. L'aspettazione era al colmo; la curiosità e la turbolenza della folla, alla quale non sono mai chiuse le porte dalla procedura inglese, spinta al delirio. Il marchese querelato, che aveva ottenuto la libertà sotto cauzione di 12000 lire, sosteneva che il libello era fondato su l'interesse pubblico e per un fine sociale. Cominciarono le prove documentali: lettere rivelatrici e non di Oscar e Alfredo soltanto. Se ne chiese la giustificazione. Allora cominciò uno dei soliti interrogatori interminabili su l'arte e la morale, in cui si mostrò abilissimo l'avvocato Carson, l'antico emulo del Trinity College e ora spietato avversario del Wilde sotto la veste di difensore del Queensberry.
Il Carson chiese al querelante ragione di una certa novella comparsa nella rivista Il Camaleonte e intitolata Il prete e l'accolito, nella quale i due protagonisti si avvelenano dinanzi all'altare per rinunziare ad un mondo che non comprende il loro amore. Il Wilde negò di esserne l'autore "perchè era male scritta ". Gli chiese conto di certe espressioni che si leggevano in una lettera da lui indirizzata a lord Alfredo: "Bosie, non fatemi delle scenate, mi fan troppo male; distruggono la dolcezza della vita; vi veggo, voi così greco e così grazioso, diventar brutto sotto la passione dell'ira; non posso vedere le vostre labbra rosee e nello stesso tempo udire le vostre parole; mi spezzano il cuore". Il Wilde dichiarò che tutto quanto era scritto da lui era sempre originale e fuor del comune e ammise che il suo affetto per Bosie (era il vezzeggiativo di Alfredo) era grandissimo, senza ammettere con questo alcuna colpa. Il Carson allora lo trascinò sul terreno della chiara incoerenza tra le teorie artistiche o sentimentali e le amicizie e gli chiese ragione della sua consuetudine di vita con giovani scostumati, alcuni abbastanza volgari, come un altro Alfredo, il suo futuro compagno di sventura giudiziaria, giovani dai modi e dagli occhi di tribade e dai calzoni che invece delle tasche avean dei tagli. Il Wilde seguitò a schermirsi con l'audacia delle ammissioni astratte in contrasto con la realtà rinnegata e disse che amava la gioventù e in questo amore non aveva pregiudizi di classe. Osò citare anche Michelangelo e fu applaudito. Il Carson gli domandò se avesse mai baciato un povero servitorello di lord Alfredo: il Wilde lo negò "perchè quel giovinetto era troppo brutto". Il Carson lo incalzò ancora per sapere se avesse avuto notturne confidenze con un giovane commesso del suo editore. Il Wilde credette gli bastasse negare le confidenze e ammettere la pazza ammirazione che aveva acceso quel giovane per lui nel vendere e nel sentir lodare le sue opere.
Incerta era la pugna; i due campioni dell'antica palestra scolastica si misuravano in questa tanto più terribile e con forze tanto diverse: la pazienza e la pratica d'una schermaglia in azione da una parte, l'agilità e l'audacia delle immagini sospese sulla realtà dall'altra; ma il cimento delle prove doveva decidere della vittoria. Il commesso dell'editore confessò la sua debolezza; alcune donne spiatrici della condotta del Wilde in un albergo rivelarono altre simili intimità; qualche altro testimone offerse indizi di inconfutabile valore.
Il 5 d'aprile, quando doveva essere esaminato Alfredo Douglas, ecco, in mezzo ad una grande commozione, sir Clarke, l'avvocato del Wilde, levarsi e annunziare che il suo cliente desisteva dalla querela contro lord Queensberry. "Sarebbe contrario all'interesse pubblico - disse sir Clarke - esaminare tutti questi testimoni e rimestare tutto questo fango". Più abile del suo avvocato, Oscar Wilde scriveva subito ad un giornale come si rassegnasse a sopportare tutta l'ignominia che lo colpiva perchè non voleva lasciare lord Alfredo Douglas testimoniare contro lord Queensberry, il figliolo contro il padre.
Ancora una volta il pensiero era geniale; ma l'uomo era ormai perduto. La sera di quel giorno, in conseguenza dei risultati del processo promosso da lui stesso, fu arrestato. Londra ne fu piena di gioia e salutò lord Queensberry con nomi di ammirazione e di riconoscenza perchè era dovuto andare in prigione per mettervi il suo spregevole accusatore. Nei cartelli dei teatri che annunziavano le commedie dell'arrestato si dovette sopprimere il nome dell'autore; ma la fortuna delle rappresentazioni, per quanto anonime, fu più dell'ordinario clamorosa.
Il nuovo processo, che cominciò il 25 d'aprile, fu, invertite le parti, l'ampliamento del primo. Era intentato anche contro un volgare lenone, ritenuto il mezzano delle avventure del Wilde; sì che il trionfatore del libro, del teatro, della vita più eletta e gioconda, dovette sedersi alla barra dei giudicabili accanto a un lurido soggetto e sotto la più ignominiosa delle accuse. Ambedue furon fatti comparire più volte e rimandati in carcere a causa della questione per la libertà provvisoria, che il Wilde chiedeva e il giudice negava.
Dopo cinque giorni il processo si dovette rinviare perchè i giurati non si trovarono d'accordo nel verdetto. Ripreso il 20 di maggio, dopo che, in seguito al rinvio, il Wilde aveva ottenuto la scarcerazione provvisoria con la cauzione di duemila cinquecento sterline e la separazione della sua causa da quella del lenone, inclinò subito alla rovina. Il capo dei giurati non si contenne dal domandare al giudice regolatore del dibattimento che si indugiava a mettere le mani addosso ad Alfredo Douglas; il giudice da parte sua non rinunziò a dichiarare che preferiva assistere, piuttosto che a questo, al processo del più efferato assassinio. Oscar Wilde fu dalla giurìa dichiarato colpevole su tutti e sei i capi d'accusa e fu condannato a due anni di lavori forzati.