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Giovanni Rosadi
Tra la perduta gente

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VII.

 

Sarebbe vile, oltre che ingiusto, negarlo: da diciannove secoli ogni spirito non ottuso si ritrova nell'alternativa di essere, nel modo di spiegarsi il senso della vita e di praticarla, o un po' pagano o un po' cristiano. C'è, è vero, chi non è nulla di nulla e crede, nel suo nichilismo morale, di essere un savio oppure uno spregiudicato, ma in realtà è l'asin bigio che rosicchia il cardo mentre passa il poeta con le sue memorie e le sue evocazioni nel rumoroso convoglio che divora la via, e non si scompone a tutto quel chiasso e seguita a brucar serio e lento davanti a San Guido.

Ma Oscar Wilde non apparteneva a questa razza di animali, benchè pervertito; egli aveva veduto il miracol pagano nell'opera d'arte come una realtà convinta della vita, come una gioia e un trionfo della vita; ora l'idolo pagano era infranto, il miracolo distrutto, la vita gioconda spezzata. Aveva spesso adoperato i suoi apologhi bizzarri e le sue allegre ironie per confrontare le due morali, il naturalismo pagano e l'idealismo cristiano, concludendo che questo non aveva senso e terminando con l'inquietarsi e tormentarsi contro il Vangelo29. Ora la dura prova delle sue vicende lo disingannava e gli faceva sentire intimamente come sia privo d'ogni senso oltre certi limiti il naturalismo pagano e come l'idealismo cristiano abbia da certi altri limiti in poi un senso infinito, per chi sappia intenderlo e specialmente sperimentarlo, cioè un'inversione dei valori sociali, per cui i primi sono gli ultimi e gli ultimi i primi, il dolore e la sventura modelli di perfezione, la colpa e la follìa, alla pari del sole e della pioggia, frutti congemini della natura. "Voi sapete - dice il maestro ai discepoli - -che i principi delle nazioni fan da padroni sopra di esse e i loro magnati le governano con autorità; non così sarà di voi, ma chiunque vorrà essere più grande sarà vostro ministro e chi tra voi vorrà essere il primo sarà vostro servo". E ancora: "i publicani e le meretrici vi precederanno nel regno di Dio". Or qui è un'assoluta inversione di valori, è capovolto il concetto comune della stima dell'autorità e del mondo, è assolutamente autonomo il principio di giustizia di fronte al concetto comune. Il Diritto, sia quello di Roma, sia quello più avanzato d'altre genti, si fonda per sua condizione essenziale sulla forza. Tutte le istituzioni non riposano sopra altra base. Ora il regno di Dio annunziato con la buona novella non conosce altra forza che quella morale, non conosce altra legge di questa forza che la libertà dell'anima, non conosce altro Diritto tranne quello che è funzione maiestatica di Dio, un diritto che per trionfare non ha bisogno della forza, che anzi deve trionfare, prima che d'ogni altro, della forza stessa. In questo regno non ci sono le leggi: ci sono soltanto le eccezioni. La ragione civile della giustizia è dunque sovvertita e annientata; invano la società infliggerà l'infamia e la decadenza civile a chi cerchi nella dottrina di Gesù estremo e disperato riparo.

 

 

 




29 Lo attesta André Gide: In memoriam, XXII, premesso a La Ballata della prigione di Reading.






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