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| Giovanni Rosadi Tra la perduta gente IntraText CT - Lettura del testo |
XI.
L'occasione specifica del mutamento fu senza dubbio la prigione, e non sarebbe temerario credere che non si sarebbe compiuto in stato di libertà e nell'incosciente precipitazione fino agli ultimi vizi. - Se qualcuno - è scritto ancora nel De profundis - avesse domandato a Gesù la sua opinione, egli avrebbe risposto che i momenti più belli e più santi della vita del figliol prodigo furon quando cadde in ginocchio piangendo, quando sciupò le sue ricchezze, quando pascolò la mandria di porci e si sfamò con le ghiande destinate a loro. La maggior parte della gente non sa afferrare questa idea: oso dire che bisogna andare in prigione per poterla capire; e se non s'arriva a intenderla altrimenti, è buona pena l'essere stato in prigione.
In realtà la prigione è uno stato particolare delle coscienze vinte. Oggi si studiano i sonni e anche i sogni dei carcerati per scoprirne l'influenza nella loro vita fisica; e già meglio il Dostojewski, con la sola penetrazione del genio, aveva descritto nel Sepolcro dei vivi i sogni pieni di avventure alternate ai disinganni, i desiderî e le speranze spinte fino al delirio. I fautori della solitudine della cella difendono il loro sistema adducendo che l'isolamento ritempra l'energia del reo, ne eleva i sentimenti avviliti e gli fa ascoltare per la prima volta la voce della coscienza. Gli avversari propugnanti il lavoro all'aperto sostengono invece che la solitudine comprime ogni attività e uccide ogni principio di forza e di vigore, che imporla all'uomo equivale a sorpassare ogni grado di tolleranza ed a disorganizzare la natura, che ogni carcerato, ridotto allo stato passivo, non ha da combattere dentro di sè che il ricordo delle sue colpe, al di fuori nulla, nè la tentazione nè la regola 34. La verità è che la privazione della libertà, la stessa condizione di immobilità e di raccoglimento per cui il carcerato è acchiuso dentro (come direbbe il Calvalca) e perciò impedito nelle istintive espansioni e derivazioni della vita attiva, il silenzio di ogni voce che lo distolga dalla sua intima evoluzione determinata dal ritorno alla realtà triste della vita, tutto ciò, operandosi in uno stato di depressione fisica e morale, ha per effetto quel ripiegamento della coscienza su sè stessa, che faceva vedere al nostro recluso tutta la bruttura del suo passato." La gente che vive libera e fuori di queste mura - scriveva il Wilde nel De profundis - è ingannata dalle illusioni di una vita esternamente mossa e, girando con la vita stessa, contribuisce alla sua vana apparenza; ma noi che viviamo nella immobilità possiamo ad un tempo vedere e conoscere35.
Per tutto ciò la prigione è luogo di sinderesi cristiana. Gesù, ancorchè non visto nè chiesto nè accettato, vi è presente come sul suo altare civile. Spiriti gagliardi e capaci de' più eroici sacrifici verso un'idea di riscatto e di ribellione ve lo hanno veduto e scelto a proprio consolatore. Silvio Pellico ve lo vide circonfuso di un'aureola di divinità; ma il suo fu un ravvicinamento, non fu incontro improvviso e inaspettato; egli era entrato nel carcere il 13 ottobre 1820, non il 13 novembre 1895; e veniva da breve e non da lungo e avventuroso viaggio. Gesù non fu in prigione, ma fu un accusato e un condannato e provò anche le onte degli accusati e dei condannati quando fu tratto dall'orto alla casa di Hanan, da Hanan a Pilato, da Pilato ad Antipa, da Antipa a Pilato, soffrendo continui atti di vituperio. E ogni arrestato ripensa al suo esempio quando è condotto per mille passi vani e dolenti dalla questura al carcere, dal carcere al giudice e novamente dal giudice al carcere e dal carcere al giudizio. Il Wilde prova e narra anche l'umiliazione di questa via dolorosa: - Quando dalla mia prigione fui tradotto in mezzo a due poliziotti al tribunale, X mi aspettava in quel lungo e lugubre corridoio; e quando gli passai davanti, egli con movimento grave si levò il cappello salutandomi; e quell'atto suo così dolce e così pio impose silenzio alla folla. Ci furono degli uomini che acquistarono il paradiso anche con meriti minori; ed egli lo fece con quello stesso spirito di carità, con quello stesso ardore che animava i santi quando si inginocchiavano a lavare i piedi ai poveri e si chinavano a baciare le guance ai lebbrosi. La bellezza dell'atto di X io conservo nel reliquiario del mio cuore; è qui imbalsamata e profumata dagli aromi e dall'incenso di tante lacrime amare.
In questo atteggiamento spirituale qualcuno ha voluto vedere il suo decadimento artistico, anzi la sua morte civile, e ha gridato alla "canaglia anglicana contenta" perchè ha pur voluto la vittoria di un atto di contrizione e di umiltà nel re della vita e ha sfogato la bassa passione della piccinerìa che invidia l'ingegno e gode nel vedere "l'avvilimento di un'anima nata all'aristocrazia del pensiero". Strane pretese! - Tutti i martiri rassegnati - egli stesso lo disse presagendo la censura - sembrano meschini a coloro che non hanno provato il martirio - . Tutto sta nel sapere se sono sinceri. E il dubbio della sincerità è lecito dinanzi a un soggetto anomalo come il Wilde, esercitato negli artificî finissimi della sua vita e della sua opera. Ma tale era la verità della sventura e del dolore che aveva in lui operato il nuovo atteggiamento, che non si può stentare a credere alla sincerità delle nuove manifestazioni. La sua condanna non lo poneva in contrasto con una legge civile di mera creazione giuridica; la sua colpa era in contradizione, prima che con la giustizia degli uomini, con la legge di natura, che in lui si era invertita; e se ciò non fosse ancor tutto per il più mondano degli uomini, che col mondo aveva ingaggiato un patto grandioso, quello di dargli la propria opera e riceverne in cambio la sua gloria, metteva al colmo dell'ignominia la sua condizione di padre, di figliolo, di marito, di fratello. Dalle sue nozze con la mite e bella Costanza erano nati Cyril e Vivian: la madre, da lui teneramente amata, moriva durante la sua prigionia; la moglie ed il fratello, angosciati dall'infamia che aveva colpito il loro nome, morivano più tardi di crepacuore. Una tale rovina non ammetteva simulazioni.
- Avevo perduto il mio nome, la mia posizione, la mia felicità, la mia libertà, le mie ricchezze: - lo scriveva da sè 36. - Ero un condannato, un miserabile. Mi restavano ancora i miei figlioli; ma la legge me li aveva tolti. Fu un colpo tanto terribile per me che ne perdetti ogni forza; caddi in ginocchio, piegai il capo, ruppi in singhiozzi e dissi: il corpo di un fanciullo è come il corpo del Signore, non ne sono degno. Quel momento mi parve mi salvasse. Vidi allora che non mi restava che di accettare ogni cosa e da quel momento, strano a dirsi, mi sentii più contento. Avevo ritrovato la mia anima nella mia intima essenza. Ero sempre stato il suo nemico in molti modi diversi, ma ella mi aspettava come un amico. Quando un uomo viene a contatto con la sua anima egli diventa semplice come un fanciullo, così come voleva Gesù.
Pur volendo, non poteva più essere quegli che era stato; ed era diverso non solo come coscienza d'uomo ma altresì come anima di artista; la sua anima, ad onta di chi avesse preferito l'usato stile da decadente, non poteva più sentire con lo stesso ritmo nè creare con lo stesso metro. Solo per far cosa grata "agli ingegni gretti e ai cervelli febbrili" che non avevano amato nella sua arte che il lato più artificioso, avrebbe dovuto dissimulare la grande verità del suo dolore e sentire il senso e la forma dell'opera sua. Ma egli presentì la dispiacenza di tali cervelli egoistici e la sfidò consapevole. "Se questi scritti - scriveva nella lettera che accompagnava il De profundis - non faranno del bene agli ingegni gretti, ai cervelli febbrili, a me hanno portato giovamento. Ho purificato il mio senno da ciò che era malsano. Per l'artista il supremo ed unico modo di vivere è l'espressione. E noi viviamo come sentiamo". Forse, se non fosse stato anormale o almeno ipersensibile, non avrebbe ritrovato la via dei contrapposti per cui all'estrema squisitezza del vizio potè opporre l'infima semplicità della resipiscenza, alla massima aristocrazia d'ogni pensiero e d'ogni forma la più profonda umiltà dell'anima e dell'espressione. Coloro che sono governati dalle emozioni sono più proclivi all'adorazione del soprannaturale che la gente positiva, la quale crede logicamente in ciò che sceglie per limite della sua ragione. I sentimenti religiosi sono spesso influenzati da avvenimenti privati o locali o nazionali: forse, senza l'oppressione della Chiesa e dello Stato sui poveri di Francia, il Voltaire non sarebbe diventato scettico.
A un amico che lo interrogava di proposito in carcere il Wilde rispondeva: "Ho scoperto Iddio per mezzo dell'arte e l'adoro per mezzo dell'arte. Gesù Cristo è per me l'artista supremo, non del pennello nè della penna, ma della parola. Alla sua divinità, nel senso comune in cui è intesa, non credo; ma non ho nessuna difficoltà a credere che egli fosse superiore a tutti, come se fosse un angelo sedente sulle nubi"37.