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| Giovanni Rosadi Tra la perduta gente IntraText CT - Lettura del testo |
XII.
Intorno alla vita del Wilde in carcere ha voluto riferire qualche notizia un guardiano carcerario, il quale professa la massima di mestiere che il carcerato può ingannare il direttore, il cappellano, il medico, ma non il guardiano, il cui occhio guarda quando nessun altro occhio vede, nelle ore del sonno e in quelle della veglia. E però si sente autorizzato a scrivere: - Nessuno dica che il poeta non era sincero. Era la vera anima della sincerità. Osservandolo dallo spioncino lo udivo spesso parlare, chiamare sua madre, pronunziare il nome di sua moglie; lo vedevo piangere38.
Con i compagni del carcere ebbe le relazioni più affettuose. La sua fraterna pietà per loro lo espose più volte al rischio di essere punito, mentre in generale fu un carcerato irreprensibile. Per mezzo de' suoi amici recò aiuti di denaro a più d'uno che era per essere liberato; pagava col suo denaro le multe dei bambini arrestati; e dopo la propria liberazione trattò con alcuni, che meglio aveva potuto ascoltare, in linguaggio di confidenza sincera. Il giorno che fu rilasciato i compagni soffrirono rimproveri e castighi per i loro lamenti clamorosi. Uno di loro diceva che come il C. 33 fu partito gli parve di aver perduto ogni speranza. Il guardiano segue il suo ragguardevole carcerato anche in chiesa e ce lo descrive ben diverso da un improvvisato asceta fanatico. "Quando il cappellano - dice - si rivolgeva al suo tosato gregge e diceva quanto miserabili erano tutti e quanto riconoscenti dovevano essere a un paese cristiano di cui il governo era sollecito della salute della loro anima e del povero corpo, il poeta sorrideva sdegnato e poi mi diceva: Io vorrei alzarmi dal mio posto e gridare forte agli infelici che non è così, che la società non dà nulla a loro, se non l'inedia e la fame per la strada, l'inedia e la crudeltà in carcere". Non ci sarebbe stato male che avesse accettato un pensiero così ignobile e cristiano a rovescio, degno del più servile tra i Caifa e gli Anan di Stato! Ma ci fa pure apprendere, il buon guardiano, come il Wilde sotto il suo abito irriducibilmente scettico e sarcastico avesse acquistato sentimenti di mansuetudine, di perdono, di dolcezza nuova. Una volta che si sentiva male e aveva bisogno di ingerire qualche cosa di caldo, il guardiano andò subito da sè a scaldare una bottiglia di brodo invece di lasciar passare un'ora tra disposizioni ed esecuzioni di una tale bisogna. Il guardiano si era nascosto la bottiglia bollente sul petto quando incontrò per le scale il suo capo, che lo intrattenne su cose di servizio. Il guardiano si sentiva bruciare e stava per tradirsi quando finalmente fu lasciato andare. Entrato nella cella del Wilde gli raccontò la scottante avventura e quegli si mise a ridere a ridere a ridere, sì che il benefattore si sentì mal ricompensato del benefizio e se ne andò mettendo il chiavistello. "Quando ritornai a portargli la colazione - egli racconta - il Wilde era il ritratto del pentimento. Mi disse che non avrebbe toccato nulla se non gli avessi perdonato.
" - Neppure il cacao? - domandai.
" - No, neppure.
" - Ebbene, piuttosto che farvi morire di fame, vi perdonerò".
Si faccia dunque del mutamento del Wilde un fenomeno di più della sua natura singolare, certo non ignobile ma squisita come il pomo punto dall'insetto, che lo rende gustoso, operatosi nella depressione fisica e morale del carcere; ma è certo ch'ei ne ricavò l'unico conforto che gli era dato e fu sincero nel comunicarlo. Insomma, nella più orrida e disperata prova della vita aveva per un tal mutamento ritrovato un conforto o una ragione di vivere, perchè, com'ei diceva, si era trovato in contatto diretto con un nuovo spirito che dapprima gli gridava tra i tormenti "quale fine! quale terribile fine!" ma più tardi gli sussurrava con tutta serenità e dolcezza "quale principio! quale meraviglioso principio!".
Come procedesse d'allora in poi, per questo meraviglioso principio, non ebbe molto tempo nè modo a dimostrare. Oltre il De profundis (1899) non dette fuori se non La Ballata della prigione di Reading (1898), squisito componimento nel quale già tocca la nota nuova della sua consolazione cristiana. E dal giorno che lasciò il carcere (20 maggio 1897) non visse che tre anni e mezzo. Chi lo avvicinò in quest'ultimo periodo della sua esistenza, durante il quale prese il nome di Sebastiano Melmoth (Sebastiano dalla sua grande simpatia per la figura del martire cristiano; Melmoth dalla sua sintomatica attrazione per il prozio che scrisse il romanzo di questo titolo), attesta che il cristianesimo lo possedeva tutto; gli aveva tolto ogni desiderio di competizione; egli manteneva i suoi propositi di dolcezza e di tolleranza che stupivano gli amici; e solo in rare occasioni un lampo di rimpianto delle cose perdute riapriva una vena di amarezza nel suo cuore39.