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Giovanni Rosadi
Tra la perduta gente

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I.

 

Svegliarsi la prima notte in prigione è cosa orrenda: scrisse il Pellico che l'aveva provato. Addormentarsi l'ultima volta in prigione è cosa più orrenda che mai: diremo noi, benchè non ce l'abbia detto ancora nessuno.

La morte più serena è certamente quella che è meno contrastata dal desiderio. Or chi non immagina i desideri che spuntano come spine tormentose in chi muore in prigione? Basterebbe quello solo di non morire nel tristo luogo! E poi il desiderio d'un ultimo bacio! e poi dell'onorato e non segreto compianto! e poi dell'estrema riconciliazione con l'umanità sul punto di abbandonarla per sempre!

Questo per chi muore. Per chi vede morire, una tal morte è ragione della più grande pietà. Non pare, no, una liberazione, ma il seppellimento d'un vivo, l'inabissamento d'un'esistenza già condannata a declinare.

Ripenso le esequie che si fecero nelle carceri d'un mandamento remoto. Un condannato era stato infermo per malattia cancerosa a una gamba; il medico del paese aveva creduto estrema prudenza segare la gamba ammalata. Segò segò segò, mentre la gamba era distesa e costretta su una rustica panca, sì che a un tratto la gamba e la panca caddero a terra segate insieme. Il carceriere raccolse e seppellì quel povero ramo secco d'una pianta destinata a seccare tutta, nell'orto del carcere. Ora, come il mutilato morì e il suo cadavere fu remosso dal triste luogo, i tre compagni superstiti si dettero a ravviare la terra smossa per la recente sepoltura del moncone, la inghirlandarono del poco verde d'ellera e d'ortica che poterono raccogliere lungo i muri, si inginocchiarono intorno a quel tumulo umano e si trattennero tacili e pensosi in questo atteggiamento di dolore per tutto il tempo concesso alla loro ricreazione.

Povera ma sincera e pietosa sepoltura! dove l'ultima menzogna dell'epitaffio era supplita dal compianto spontaneo e segreto di chi sa il dolore d'una medesima sventura.

 

 

 




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