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| Giovanni Rosadi Tra la perduta gente IntraText CT - Lettura del testo |
- Io ero recluso nello stabilimento penale delle Murate a Firenze e portavo il n.° di matricola 369. Stavo nella infermeria come epilettico: malattia della quale soffrivo e soffro ancora. Un giorno, stando nella cella n.° 3 del reclusorio, al pianterreno, nella infermeria, nelle ore antimeridiane e verso il mezzodì, sentii le grida di un recluso che stava nella cella n.° 1, soprastante alla mia nel piano superiore, di matricola 542, e tali grida rivelavano un malcontento che manifestava quel recluso contro la guardia N.....45. Le grida furono accentuate ed alle stesse dovettero seguire delle percosse al petto, per quello che io potei giudicare dal rumore sordo che sentii e dal tintinnio del mazzo delle chiavi che la guardia soleva portare. Dopo i primi colpi io sentii eziandio come dei gemiti soffocati e usciti imperfettamente per mancanza di vitalità. Tutto ciò durò non più di quattro minuti, indi silenzio: solo intesi alla guardia nell'allontanarsi proferire queste parole: "questo è niente!"
L'indomani, nelle ore mattutine, prima della visita del medico, la guardia N......, affacciandosi ad un finestrone che resta cinque passi distante dalla mia cella e che risponde al magazzino della lavanderia, con voce di scherno e con brutale cinismo, chiamando la guardia incaricata di provvedere le casse mortuarie, le diceva di preparare un baule, che c'era un cappone cotto; ed io che conoscevo l'indole degli scherzi della guardia capii che quel disgraziato del giorno precedente era prossimo a morire. Per tre giorni io non intesi la voce del recluso che suppongo, come dissi, fosse stato percosso. Però argomentai che egli avesse manifestato il desiderio di avere il cappellano, perchè col solito tono derisorio a quando a quando e forse in tutti e tre i giorni un tre volte la guardia N...... gli diceva: "ah! il cappellano, vuoi?"
Il giorno 4, verso le ore 7 di sera, io, stando allo spioncino, vidi la guardia nel pianterreno dell'infermeria, seduto nella sua poltrona, il detto N......, il quale allontanò, mandando altrove per altro servizio, un recluso che stava nello stesso corridoio come infermiere, e poscia anch'egli si alzò e andò al piano soprastante dove io sentii aprire la cella e capii che doveva essere quella n.° 542, a giudicare dal rumore che si sentiva sul mio capo. Stette lì sei o sette minuti e poscia ne uscì dicendo: "Finalmente il merlo è morto". E subito dopo lo intesi ridiscendere le scale, tornare nel corridio del pianterreno, avvicinarsi ad un mobile, nel cui tiretto gettò la matricola 542, e quindi dallo stesso mobile estrasse un cartoncino colla croce, che credo abbia applicato alla cella di quell'infelice, perchè lo intesi rifare gli stessi passi. In seguito andò a chiamare il sottocapo; ed io sentii che costui domandò: "è morto ora?". Io potei notare e leggere il numero di matricola che N...... ripose nell'indicato mobile, come anche il cartoncino della croce, perchè lo stabilimento nell'infermeria è illuminato a gaz; e non meravigli se ho seguito tutte le fasi di questa scena stando allo spioncino, giacchè il fatto mi interessava, potendomi io trovare nell'identico caso.
Il giorno seguente alla morte del n.° 542 entrarono nell'Infermeria tre reclusi barbieri per fare la barba agli ammalati, e due di essi avevano le matricole 121 e 132: del terzo non son sicuro, ma mi pare avesse la matricola 87; e come furono nel corridoio del pianterreno, il n.° 87, voltandosi a guardare verso la cella del morto, disse: "l'ha finito di ammazzare stanotte". Io, compreso da raccapriccio e pensando che il direttore veniva ingannato nella sua fiducia dalla guardia N......, strappai un foglio d'un libro del quale mi si permetteva la lettura, e, pungendomi un dito con un ago, con un fil di paglia scrissi, intingendolo nel sangue, le seguenti parole, rivolgendomi al direttore: "La S. V. è indegnamente ingannata da scellerati che si abusano della di lei fiducia; faccia visitare il cadavere dell'or defunto 542 e veda di che morte è morto". Ma mi torturavo il cervello per trovare il modo di far pervenire il biglietto al direttore, mentre, se se ne fossero accorte le guardie, avrei fatto la mia rovina. Pensai al cappellano, ma fatalmente per quattro giorni non si vide; ed il quarto giorno, quando entrò nella mia cella, io in tono di esclamazione e consegnandogli quella carta gli dissi: "troppo tardi lei viene!" E gli narrai quanto avevo visto e inteso. Egli si mostrò incredulo e dal canto mio lo incoraggiai ad informarsi indicandogli la cella di quel recluso di cui ho parlato e a sentire anco gli altri reclusi delle celle vicine. Il che pare egli abbia fatto, perchè mi è sembrato di sentir che girava, e poi, rivolgendosi alle guardie, disse: "guardate di non ammazzare questi poveri ammalati, chè se viene un'inchiesta io dirò la verità". Non posso dire se si sia rivolto ad una o più guardie ed a chi di esse, perchè la sua frase fu pronunziata all'ingresso del cancello dell'infermeria. Il cappellano di cui parlo si chiama Mariano Bucci.
Dopo di questa visita il cappellano, a cui io in altre visite da lui fattemi seguitai a riferire altri maltrattamenti operati dalla stessa guardia N...... mi disse: "figlio mio, io non so più che cosa fare, perchè il capo-guardia e il N...... mi hanno messo in discordia col medico, il quale ha fatto affiggere dei cartellini nelle celle dei reclusi ammalati, che proibiscono di conferire con chicchessia, meno che col medico"; e difatti tali cartellini furono affissi, ma nella mia cella no, non so perchè, ed io del resto confesso di non essere stato mai maltrattato.
Ho accennato ad altri maltrattamenti che io riferii al cappellano e li racconto per ordine. Rimpetto alla mia cella era un recluso del numero di matricola 531, siciliano, il quale per un tumore alla regione cervicale aveva tutto il corpo paralizzato e quindi per ogni piccolo bisogno doveva ricorrere agli infermieri. Pare che la guardia N......maltollerasse questo continuo servizio, poichè quando egli era di guardia l'ammalato si contentava di soffrire, pur di non chiamare. La sera del 9 o 10 aprile, vale a dire dopo di aver conferito io la prima volta col cappellano, era di guardia il N......, e l'ammalato fino alla mezzanotte stette silenzioso, cosicchè nè il N...... nè l'infermiere che era anco di assistenza furono disturbati; ma a quell'ora essi si allontanarono e vennero sostituiti dalla guardia Rizzi e l'infermiere da altro detenuto di cui non ricordo il nome nè il numero. L'ammalato che avvertì l'avvenuto scambio, incominciò a chiedere da bere e con malgarbo l'infermiere lo servì; in seguito per altri bisogni e pare che ciò abbia impazientito la guardia N...... che stava nella sua camera nel piano superiore, perchè si affacciò nel corridoio della galleria e sporgendosi ordinò all'infermiere che gli avesse turato la bocca e il naso; e poichè la guardia Rizzi osservava che ciò non era conveniente, il N...... insistè e l'infermiere si recò con una fascia di telaccia (specie di cigna) e gliela passò sopra la bocca, il che io ho visto dal mio spioncino; ma non so se gli abbia otturato anche il naso.
Il fatto è che il resto della notte io intesi come un ansare o meglio dire un russare, come di persona che non abbia libero il respiro. L'indomani alle 8 di mattina io andai all'aria ed al ritorno entrando nella mia cella vidi semichiusa quella del n.° 531 e la guardia ordinava all'infermiere Carboni Vittorio di dargli il pane e il latte; ma costui osservava che l'ammalato era quasi morto e allora il N...... disse: "va bene, lascialo andare". Poco dopo il Carboni, entrando nella mia cella dove era anche addetto alla sorveglianza, mi diceva: "vogliono farlo mangiare, ma quello è morto, e mi hanno detto che venendo il medico io dicessi che aveva mangiato una pagnotta e mezzo litro di latte". Infatti, quando venne il medico, lo trovò quasi morto; e come gli fu detto che aveva mangiato, rispose: "non mangerà più!"
Molti giorni dopo e forse nel colmo della stagione estiva, perchè faceva caldo, di fianco alla mia cella dove era il recluso n.° 674, ebbi occasione di vedere che lo stesso, perchè imbecille, spesso chiedeva del pane, dicendo che lo lasciavano morir di fame. La guardia N...... perciò si impazientiva e non mancava di rimproverarlo dandogli dei pugni al petto e sbattendolo contro la parete della cella. Io non potevo vedere ma sentivo il rumore, specialmente agli urti che faceva contro la parete, e sentivo il disgraziato lamentarsi. La figura del n.° 674 ora descritta io la vedevo guardando dalla magliatura della porta. Per otto giorni quel disgraziato non prese cibo, e durante questo tempo l'infermiere n.° 714 ebbe a dirmi che l'ammalato mandava sangue dalla bocca e di sotto. Infatti otto giorni dopo se ne morì. Prima però di morire potè parlare col cappellano, al quale disse di essere stato orribilmente battuto; ed io ciò lo intesi, ma inoltre mi venne detto dallo stesso cappellano, il quale, dopo che quello morì, venne, e, saputo della morte, indignatissimo meco parlando disse: "è ora di finirla".
Un ultimo fatto finalmente posso raccontare. Nello scorso febbraio, nell'ultimo piano dell'infermeria era un recluso il quale portava il nome di Fiorini Gaetano, che si diceva essere stato condannato per i fatti di Sicilia dal tribunale militare. Costui delirava e pareva dai suoi discorsi come che predicasse alla sua famiglia. Egli per questo, credo, venne portato giù al pianterreno e collocato nella cella di fianco a quella che stava rimpetto a me e precisamente alla mia destra ed io vidi che nella detta cella vi entrarono la guardia N......e l'infermiere Carboni Vittorio e il mozzo di galera a nome Lasagna, i quali lo legarono con le braccia, con le gambe e con le spalle ad una branda di ferro e quindi avvedutamente chiusero la porta; non vidi ciò che abbiano fatto, ma intesi rumori di percosse e quindi un grido strozzato, non avente nulla di umano, e così strano, che richiamò l'attenzione dell'infermiere Veneto soprannominato Ostia, che stava in cucina a lavare le scodelle e che accorse sul posto, non entrò nella cella ma si trattenne dietro la porta facendo degli atti di raccapriccio, certamente per quel che sentiva. Il disgraziato da allora per nove giorni non mangiò più e poi ho saputo che è morto. -