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Giovanni Rosadi
Tra la perduta gente

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I.

 

Pianto e riso, piacere e dolore, alterno contrasto della vita, sono impulso e freno, principio e fine delle opere dei vivi. Sgorga il pianto nei solchi che dianzi si disegnavano al riso, già la tregua del dolore è il ritorno del piacere, l'uno e l'altro si contendono con assidua inesorabile vicenda i visceri e gli affetti dell'uomo. Questa, nonostante le più insigni scoperte del pensiero, è la sola verità della vita.

Ogni secolo e ogni giorno di più, la società tenta regolare questo eterno contrasto, che si ripete più vivo e pugnace nell'ordine della sua esistenza. Tenta regolarlo, ma non sopprimerlo. Il suo compito è anzi quello di carpire all'uomo le sue emozioni, nate di piacere e di dolore, e di asservirle come altrettante forze impulsive al moto fatale del suo sviluppo. I costumi, le costituzioni, le città, le leggi

non sono se non tante trame di rivi e di torrenti scavati ad arte nella natura vergine per derivarne istinti individuali e dirigerli verso energie comuni. La società ha regolato l'istinto dell'amore nelle nozze, radici feconde di solidarietà e d'associazione; ha regolato l'istinto della violenza nella milizia, guardia necessaria all'integrità della patria; ha regolato l'istinto del mistero nella religione, cilizio di pazienza e di perdono in mezzo alle ire civili; ha regolato l'istinto della vanità nel patriottismo, leva nobilissima e potente di difesa e d'emulazione; ha regolato l'istinto della bellezza nell'arte, strumento finissimo di gentilezza e di perfezione sociale.

Allo stesso modo e per simile fine la società, nel provvedere alla propria difesa con lo schermo della pena, ha regolato da una parte il sentimento della pietà e dell'egoismo, della vendetta e della conservazione, ottenendo dalla maggioranza degli uomini il consenso a reagire contro i perturbatori di queste condizioni di piacere; dall'altra ha regolato il sentimento della colpa e dell'emenda, del disonore e del sacrificio, intimidendo i perturbatori con la minaccia e l'afflizione di questi espedienti di dolore. In mezzo a questi termini estremi e nel contrasto di così opposti sentimenti si insedia umile e mal sicura la giustizia punitrice.

Fin che il sangue dell'uomo pulsi per stimolo d'ira o d'amore, di pietà o di cupidigia, di vendetta o di paura, la pena sarà spesso, non sempre, la contradizione del delitto come un motivo di repulsione contrapposto a un motivo di attrazione;, e nessuna regola potrà frammettersi tra i due termini contrari, se non l'equilibrio instabile delle loro forze, il contrapasso, come dettò al poeta il suo genio46; e nessun caso potrà avverarsi che valga a sopprimere per sempre questo contrasto e ridurlo allo stato generale di inerzia, se non il caso in cui la sensibilità degli uomini tutti e non dei più ceda un giorno ad una perfetta indifferenza tra le attrattive del piacere e le repulse del dolore. Ma quel giorno sarà la fine dell'umanità.

Il quesito della pena è dunque tutto nella misura delle due forze e si compendia in una sola domanda: quid fortius? È più forte nella varia natura di chi delinque la lusinga del delitto o il terrore della pena?

Tale il problema.

 

 

 




46 Inf. XXVIII.






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