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Giovanni Rosadi
Tra la perduta gente

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III.

 

Lo spirito delle nuove ricerche ci trasporterebbe non solo alla natura e ai costumi degli uomini primitivi, dai più truci e affamati selvaggi ai più miti e felici patriarchi, ma anche agli istinti e alla vita degli animali. E, se non sapessimo resistere, ci menerebbe fuori del regno animale per farci emigrare in quello vegetale, dove i fenomeni di certe piante ci farebbero intravedere le origini comuni della colpa. Allora ci toccherebbe di vedere il cephalotus follicularis attrarre all'odore delle secrezioni delle sue foglie gli insetti e ucciderli, la genlisea ornata pescare allo stesso modo del pescatore di canna gli animaletti e mangiarli, l'utricularia neglecta giocare d'astuzia tra gli sciami dei moscerini e divorarli. Delinquenti, dunque, anche le care benefiche piante, che hanno da rimproverare non a stesse ma agli uomini tanti delitti e tante stragi sopra di loro, in cambio di protettrici ombre e di odorati respiri che da loro ricevono.

Ma della coscienza delle piante nessuno ci ha fatto fin oggi rivelazioni più sicure che della coscienza dei minerali; i quali pur vivono la loro vita, crescono, deperiscono, ammalano, muoiono, e chi sa non consumino anche i loro delitti! Intanto la mineralogia, smessa per sempre la separazione classica tra mondo organico e inorganico, ha detto addio alle poetiche immagini dello scoglio che resiste incolume alla furia delle tempeste, e della montagna che col capo avvolto tra le nubi sfida il morso dei secoli. Il microscopio ha svelato minerali feriti, che guariscono ricomponendosi in cristallo completo; ha scoperto parassiti dentro i loro corpi, che ne sono logorati e distrutti; ha rinvenuto il grembo pregnante nei loro embrioni; ha scrutato nel loro variare di forma l'opera di adattamento ai contorni; ha ritrovato nel loro movimento, per cui il più forte contende lo spazio al più debole, l'eterna lotta per l'esistenza; ha accertato anche nella loro vita l'occasione e la causa della morte.

Ma gli animali, i nostri buoni fratelli animali, debbono essere il termine di confronto e di identificazione con noi ne' nuovi studî. Dopo le comunicazioni del Darwin intorno alle origini dell'uomo, si era applicato lo studio comparato degli animali alla psicologia, alla sociologia, all'economia; era naturale si volesse applicarlo anche alla criminologia. E così i nuovi criminologi hanno scoperto che animali di varie razze rubano e uccidono con molta analogia dell'uomo ladro e omicida; e ci hanno raccontato la triste e commovente storia della cicogna infedele, che è trascinata dallo sposo tradito davanti a un tribunale cicognesco ed è punita di morte; e ci hanno ricordato il caso pauroso delle api briganti, che assaltano e saccheggiano gli alveari stranieri; e ci han descritto la scena del cane di Rennes, che mangia i montoni ai quali fa la guardia levandosi prima la muserola e raggiustandosela dopo che s'è sciacquato il ceffo. Già i nostri prossimi antenati del medio evo non erano rimasti indietro per questa via di scoperte; anzi avevano fatto qualche passo più innanzi, perchè avevano addirittura condannato di morte o di scomunica gli animali delinquenti, osservando puntualmente tutte le forme della procedura. E lo seppero i bruci di Vercelli, che avevano intaccato le viti della parrocchia; lo seppero le mignatte di Berna, che avevano inquinato le acque del territorio; le passere di Venezia, che avevano turbato i riti di San Vincenzo; i topi di Autun, che avevano rosicchiato i grani della campagna circostante; lo seppe il porco di Burgundia, appeso al patibolo dell'uomo per aver mangiato la tenera testolina d'un neonato.

Ma questi errori non furono tanto grossolani per opera degli antenati che li commisero quanto per colpa dei posteri che li interpetrarono, annettendovi questi un falso concetto della responsabilità animalesca che quelli avrebbero confuso con l'umana48. Con la condanna dell'animale nocivo non punivano la colpa di un essere privo della coscienza della pena, ma la negligenza del proprietario, a quel modo stesso che noi oggi puniamo direttamente la colpa dei proprietari che lasciano gli animali incustoditi o li tengono in condizioni di nuocere. E le stesse condanne che inflissero a turbe di animali randagi ebbero la loro ragione in una giustizia sommaria da far ricadere su proprietari ignoti e in uno spettacolo esemplare da fare effetto su responsabili umani, ed ebbero ragione anche nell'eterno istinto di rendere il male per il male. Il Deuteronomio puniva il bue uccisore; la savia Grecia condannava anche le cose inanimate ordinandone la distruzione. Serse fece battere con le verghe l'Ellesponto per scacciarne gli spiriti maligni che avean suscitato la tempesta e la rottura del ponte.

L'indagine ci ha già fatto deviare e ci ha ricondotto al medio evo. Ma questa deviazione non è che un primo errore da rimproverare ai più intraprendenti tra i nuovi ricercatori. L'uomo, soltanto l'uomo, ma non già nella sola personalità organica, bensì nella natura complessa, nella costituzione fisica, nell'eredità, nello sviluppo, nell'educazione, nelle condizioni economiche, nello stato di adattamento all'ambiente, nelle relazioni con la società, nelle varie occasioni di attività: ecco il soggetto necessario delle nuove ricerche. E il soggetto è così vasto e profondo, che non deve risvegliare il bisogno di ampliamenti e di deviazioni.

 

 

 




48 Così il Laccassagne, La criminalité chez les animaux. In Revue Scient., 14 janvier 1882.






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