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| Giovanni Rosadi Tra la perduta gente IntraText CT - Lettura del testo |
Bisognava dunque far di necessità virtù: riconoscere la complessità della bizzarra e maligna natura di chi delinque, renunziare al tipo unico del delinquente e all'unità tipica della delinquenza e concludere che il delitto è l'effetto di tre cause o simultanee o distinte: l'organica, riposta nelle condizioni corporee di chi delinque; la fisica, in quelle meteoriche dell'ambiente; la sociale, in quelle economiche e morali della società49.
E la conclusione, chi la guardi con occhio scevro da pregiudizi scolastici, è vera. Ma è anche amara, perchè è la delusione e la confusione di tanti trovati specifici; e ha anche un po' del socratico, perchè si riduce a dire: finalmente sappiamo che il delitto è il risultato di varie cause ma di quale singolarmente non possiamo sapere; è poi sproporzionata ne' suoi termini, perchè la causa meteorica non merita lo stesso valore di quella sociale, e tutt'e due non valgono quella organica, e questa alla sua volta non vale quella psichica, la quale ne' suoi segni più prossimi all'azione è la più comune.
Che sia e quando e per che modo la psiche si distingua dalla materia, donde si eleva e pare si dissolva in un che di etereo e di inapprensibile, non dirà mai nessuno. Ma si può ammettere, senza peccare di bigotteria spirituale al cospetto degli assolutisti del regno animale, che ci sono dei fenomeni interiori, vale a dire idee, sentimenti, desiderî, passioni, ricordi, giudizi, propositi, pentimenti, voleri, i quali con la materia hanno bensì una relazione, perchè nulla è sospeso nel vuoto dentro di noi, ma così intima e complessa, che non possono essere considerati se non a sè. Si fa presto a ripudiare l'antica fede in tre facoltà autonome della coscienza, quante ne contarono gli scolasti della filosofia - intelletto, volontà, sentimento - ma negando la fede non si nega la verità che è riposta nell'esperienza di tre diversi aspetti dell'attività spirituale, i quali si distinguono appunto in altrettanti ordini di fatti morali: - deficienze o squilibri nel modo di intendere le cose e le loro relazioni, difetti o eccessi nella forza e nella misura pur relativa di volere, disordini e anomalie nel movente e nell'indirizzo comune di sentire.
Di qui la necessità della ricerca della gente perduta tra gli elementi psichici della natura; di qui la ragione d'una disciplina preminente nei timidi tentativi del problema penale: la psicologia, se non qual è, quale potrebbe essere. Attribuire a questa ricerca ed a questa disciplina una minore importanza che alle altre è voler fare della novità ad ogni costo; è voler giocare di contraddizione per paura della metafisica, che pure fu così amabile nella sua signorile agiatezza; è imitare a fatica il Voltaire, che negava i fossili per paura che provassero la verità del diluvio universale, e sosteneva che le nicchie delle Alpi non erano se non tracce di pellegrini e le ossa dell'ippopotamo e della renna in Etampes nient'altro che raccolte antiche di qualche amatore di rarità.
E il torto della nuova scuola è per appunto quello di volere esser troppo nuova per non aver nulla in comune con la vecchia, di volere esser troppo più medica che psicologica, di avventar sempre la diagnosi dove spesso sarebbe appena possibile il sillogismo intorno a un soggetto cinto dal più profondo mistero.
E un tale soggetto è l'anima del più vile degli uomini. Comporre il poema dell'anima, sia pure dell'ultimo degli uomini, pensò un uomo che degli ultimi non era, sarebbe adunare in un'epopea tutte le epopee, sarebbe descrivere il laberinto dei propositi e delle contradizioni, l'antro delle idee e delle passioni vergognose di luce, la fornace dei desiderî e dei bisogni, il campo di battaglia per odî e amori, sbalzi d'eroismo e abbiette viltà.
E chi può dar forma e misura a queste scene di mistero? Forse l'artista con l'istinto divinatore; meno di lui lo psicologo con l'esperienza dei fatti invisibili della coscienza; meno che mai il frenologo. La sua tavola anatomica è assai breve; i suoi quadri clinici sono ben pochi, forse venti o trenta in tutti; la sua diagnosi (non diciamo della sua cura) benchè rivestita di nomi e di eleganze elleniche, è quella di un semplicista; le cause alle quali riporta le malattie mentali sono assai grossolane e collegate a alterazioni organiche vistose (infezioni, intossicazioni, traumi, anemia, arteriosclerosi cerebrale, lesioni fetali); quando è chiamato a dare il suo parere su di un soggetto giudiziario è costretto a dichiarare che l'alienista è il giudice delle malattie mentali, delle aberrazioni tipiche e conoscibili della ragione, ma non delle varietà di carattere e di intelligenza che si rivelano soltanto all'urto di certi avvenimenti singolari e che rimangono latenti e inconoscibili se il caso non offre raffronti; e quando ha classificato il facinoroso tra i normali o i pazzi ha finito il suo compito. E, dopo tutto questo, il beato normale è signore e arbitro della propria condotta? E nella sua natura, perchè monda da cicatrici recenti e da stimmate natali, non si alternano e non si confondono di sorpresa la ragione e la follia?
Ragione! follia! Due parole, due immagini, che pretendono alla più rischiosa comparazione della nostra personalità, e non sono che due termini convenzionali per la più arbitraria delle distinzioni. Ci sono infinite varietà individuali, non organiche nè sistematiche, non croniche nè acute, che bisogna riferire per necessità d'eliminazione all'intelligenza, alla volontà, al sentimento, insomma agli attributi psichici dell'uomo, i quali fanno di lui savio un folle. Ma mentre il folle rivelato ai suoi segni esteriori è un libro aperto e intelligibile a tutti, tranne a lui stesso, il folle gabellato per savio è un enigma, e di tanto si rende più enigmatico di quanto è superiore per alcune qualità alla media dei savi: mentisce e a differenza dei folli sa di mentire, simula e dissimula, si sdoppia e si trasforma in continui atteggiamenti di dualità e di pluralità.
E chi li conta, questi atteggiamenti? Chi li definisce? Chi ne può comporre la pretesa unità di funzione, in grazia della quale le immagini psichiche dovrebbero movere da particolari gruppi dei centri motori? Un'accensione di collera o di lussuria, un agghiacciamento di paura o di dolore, un urto di dispetto o di disperazione, una raffica invincibile di passione, un falso vedere come di bestia quand'ombra può mutare d'un tratto la sua personalità, farlo diverso da se stesso, rassomigliarlo a un altro, sbalzarlo fuor d'equilibrio e ridurlo un automa.
E con ciò a che si riduce l'io voglio</> e l'io posso, onde l'uomo rintrona le orecchie diafane dei conigli della sua specie? Non ad altro che a due proposizioni che indicano una situazione ma non la costituiscono. Il fondo dell'io è tutto in questo potere che l'uomo si assume di possedersi; ma la pienezza della potenza non è che dell'uomo perfetto; e la lanterna di Diogene che lo cercava non proiettò mai che ombre.
La verità fu detta anche intorno a questo inafferrabile argomento umano dal maestro di Nazareth, che insegnò a pregare il padre: - tu non ci indurre in tentazione. - E la sola conclusione di questa perfetta verità fu pur anche dettata da lui, che ammonì per regola di condotta umana e non per disdegnoso gusto: - non giudicate.
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Indiciis monstrare recentibus abdita rerum,
Fingere cinctutis non exaudita Cethegis
Contiget, dabiturque licentia sumpta pudenter.