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| Giovanni Rosadi Tra la perduta gente IntraText CT - Lettura del testo |
VII.
Ma la nonadecima età si pose nel suo ultimo quarto sulla via del rinnovamento. Non pretese di emendar più che la decima e la nona; anzi restrinse la sua fede nella sensibilità dell'emenda o piuttosto (per metter da parte un'immagine poetica quale è l'emenda) nell'intimidazione delle pene, e queste riservò a due sole righe di peccatori, quelli per passione e quelli per occasione, ai quali dedicò l'esilio, il risarcimento del danno per mezzo del lavoro, la consegna a famiglie coloniche, la segregazione indeterminata in colonie agricole: a tutti gli altri, delinquenti per nascita o per pazzia o per abitudine, destinò il manicomio criminale, la deportazione perpetua, le colonie per dissodamento o prosciugamento dei luoghi palustri, la perpetua reclusione in istituti di incorreggibili.
E questo fu il programma della nuova scuola che si iniziò in Italia nell'ultimo quarto del secolo XIX. E la scuola, ad onta di tanti errori e di tanti infortunî, fu sulla traccia del vero. Ella ruppe per sempre contro i vecchi feticci d'una metafisica a orecchio; pose in terra il mito di un'astrazione simbolica qual era considerato il delitto e ne fissò le sue cause, organiche, fisiche, sociali, pur non mettendo nella dovuta evidenza le psichiche; dimostrò che su tali cause, più che su i loro effetti, deve esercitarsi l'arte della difesa sociale; provò che è inutile affidarsi unicamente al magistero delle pene, del quale si conosce ormai tutta l'efficacia intimidatrice per l'esempio allegro di gente condannata venti, trenta, cinquanta volte; e concluse che non basta reprimere ma bisogna prevenire, perchè, se l'uomo eseguisce il delitto, la società lo prepara.
Non erano bastati tre quarti della lieta nonadecima età ai lucumoni della filosofia e del diritto per mettersi d'accordo sul fondamento della ragione di punire. Chi immaginò l'espiazione e chi la riparazione, chi la semplice vendetta purificata, chi l'emenda e chi l'utilità, chi la riaffermazione del diritto e chi la necessità politica, chi la retribuzione e chi la reintegrazione e chi la tutela giuridica. Ma da tutti questi termini differenti e contrastanti non derivò mai una conseguenza diversa che indicasse un diverso indirizzo nella disciplina delle pene: tanto poco la filosofia determina gli abiti civili e le stesse leggi. Il diritto di punire si fondava sulla giustizia assoluta? si direbbe che la pena avrebbe dovuto essere espiazione e repressione. Si fondava invece sull'utilità politica? parrebbe che la pena avrebbe dovuto essere nuova e radicale prevenzione. Si fondava sulla giustizia in quanto è utile e sull'utilità in quanto è giusta? la pena avrebbe dovuto essere prevenzione e repressione insieme. Invece il congegno punitivo, raffigurato in una scala per somma perfezione di gradualità e proprio col nome di "scala penale" indicato, fu sempre uno solo. Una sola medicina per migliaia di malattie e per milioni di ammalati.
Eppure il metodo positivo negli studî era antico e tutto nostrano e si potrebbe dire fiorentino. Nacque dopo la rinascita nelle scienze fisiche e naturali, per opera di Galileo. Nell'ultimo secolo il Bufalini a Firenze e il Concato e il Tommasi e altri nel resto d'Italia lo applicarono alla medicina, assoggettando all'esperienza i fatti, i precedenti, le eredità, i ricambi, le manifestazioni organiche del soggetto d'esame.
Prima di quest'ultima ventura del metodo positivo e quando cadeva il tramonto del secolo XVIII era nell'aria lo spirito della riforma. Una voce si levava di Francia per ammonire che la società avea bisogno di nuove leggi punitive perchè le attuali non erano umane; a questa voce del presidente Montesquieu rispondeva dai nostri confini ideali il Beccaria. Un'aura di giovinezza spira nelle pagine del suo libro: la stessa forma agile e romantica sembra rivelare l'avo consapevole di Alessandro Manzoni. Ma il fine del libro non è se non quello di abbattere l'edificio barbaro e truce delle leggi penali contemporanee, ingarbugliate di infiniti sofismi sui testi del diritto romano, e perciò rispecchia lucidamente l'indirizzo della corrente umanitaria del suo tempo. Gli scrittori rivoluzionari dell'Enciclopedia professavano la filosofia dell'umanità; meno eruditi e più liberi dei loro predecessori, si fidavano del sentimento e del raziocinio, non si preoccupavano delle esperienze e delle cognizioni positive, che non possedevano; erano enfatici e sentimentali.
E però nel libro italiano ritrovarono se stessi e lo levarono al cielo. Il D'Alembert non si stancò di lodarlo; il Voltaire ci fece sopra uno studio particolare; gli altri enciclopedisti maggiori, Diderot, Holbach, Rousseau, vollero l'autore, come fu a Parigi, nei loro cenacoli pensosi; e ancora una volta fu pronunziato in suono di grazia e d'affetto il nome d'Italia.
Ma, combattuta e vinta questa nobile battaglia e rese umane le pene, la riforma non spinse d'un passo il diritto sulla via dell'esperienza; e ricominciarono gli ozî scolastici per gli spalti rugiadosi dell'ontologia. Gaetano Filangieri, Pellegrino Rossi, Giovanni Carmignani, e, più compiuto e loico tra tutti, Francesco Carrara, trassero nell'ordine d'una meravigliosa potenza dialettica tutte le conseguenze giuridiche della concezione astratta del delitto. Solo Gian Domenico Romagnoli ne aveva concepito una genesi positiva, fondata su quattro condizioni difettive della società: difetto di sussistenza, di educazione, di vigilanza, di giustizia: altissima idea ma imperfetta, perchè circoscritta tra le cause di ragione sociale e straniera a quelle fisiche.
Ma ecco che Claudio Bernard applica il metodo positivo alla fisiologia; ecco che Augusto Comte in Francia, Guglielmo Wundt in Germania, Roberto
Ardigò in Italia lo estendono alla sociologia; ed ecco che il medico Cesare Lombroso, seguito dai giuristi Enrico Ferri e Raffaele Garofalo, lo applica al diritto penale e inaugura la nuova scuola.