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Giovanni Rosadi
Tra la perduta gente

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VI.

 

Era il sabato di pasqua. Di giù dalla porta triste, dove si affacciavano i parenti dei carcerati, salivano confusamente voci in gran parte muliebri e infantili. Lo sbatter dei cancelli mandava un fragore più animato; le proposte e le risposte da finestra a finestra si distinguevano più audaci; le diuturne battiture delle inferriate a scopo di vigilanza rendevano un'armonia vaga e quasi gioconda. Anche il calendario del carcerato ha i suoi giorni fasti e nefasti; e questo giorno preludente alla solenne dimane somigliava per festività a quello del mondo che si chiama onesto. L'infelice si scosse a questi segni di singolare vitalità dallo stupido e freddo intorpidimento, e, acquistata la coscienza del luogo lugubre, ne provò un senso di vergogna, che lo invogliava fortemente a confidare ai quattro compagni come sì trovasse in prigione sol perchè l'aveva voluto: confidenza che l'avrebbe male esposto dinanzi a giudici superficiali e grossolani, ma che a lui pareva lo distinguesse facilmente dagli altri infelici.

 

 

 




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