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| Giovanni Rosadi Tra la perduta gente IntraText CT - Lettura del testo |
VIII.
Allora la sua immagine sanguigna si confuse dentro la sua mente con le immagini pallide e diafane dei compagni digiuni; e le vide disertare il loro desco, avaro fin della più discreta voglia, e invadere la sua ricca imbandigione, dove non mancavano neppure i fiori apparecchiati dalle agili dita di Giana; e gli parve di prendere il loro posto nel desco avaro e di non sentire altro desiderio attuale tranne quello d'un indizio festivo, che facesse meno minacciosa la fame nel giorno stesso che risorgeva dall'ignominia e dalla morte l'ammonitore santo della fratellanza e della giustizia tra gli uomini; e si ritrovò in prigione per appagamento di questo solo desiderio e in segno di festa, come già quelli vi si erano ritrovati, convinto al pari di loro quanto sia preferibile una lieve soddisfazione a una continua renunzia.
E qui si incontrò novamente con loro, non più diafani ma pieni e rubizzi, a cui l'ebbrezza dei fiori fragranti e dei vini vaporosi aveva reso insipido e nauseabondo il piacere della mensa e acuto e irresistibile il bisogno del dolore. E intanto le loro immagini e la sua si incontravano, si barattavano, si succedevano, si investivano per vie misteriose e ritorte, bagnate di fiele e di sudore, che provenivano come da unica origine dalla fatalità, si confondevano come in punto di scambio nel bisogno e nell'occasione, si ripartivano, come a schianto di fiume rigonfio, nei vizî, nelle passioni, nelle colpe, nelle pure aspirazioni e nelle bieche cupidigie d'ogni natura, e terminavano tutte, come a meta comune, in una valle di tenebre e di pianto. Ed ecco la mesta figura di Giana, con i segni della morte nelle occhiaia, già macere le frutta del saldissimo seno, secche le bocche delle nere ferite, lacera e cadente la sola camicia dal color di rosa, alte e protese le livide braccia, drizzarsi inanimata ed esclamare solenne, senza schiudere le labbra contratte dall'ultimo dolore: - Che hai fatto di me? La tua insania fu più forte della morte!
Il carceriere acciuffò con turpe violenza, per richiamarlo alle sue inascoltate domande, il pensoso uxoricida, che si era serrato il capo tra le cosce: unico rifugio d'una mente sconvolta dalla bufera della passione.