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| Giovanni Rosadi Tra la perduta gente IntraText CT - Lettura del testo |
I.
Che violento contrasto d'ombre nel quadro di questa gente! Ai dilettanti della pena, che cercano il carcere e vi trovano un espediente di vita, contraddicono profondamente i transfughi, che non sanno pensare che alla fuga e vanno col cuore intanto che il corpo dimora.
Ma quali e quante difficoltà non ti conviene superare, pòvero transfuga dalla tua triste clausura! I liberi scendono le scale, se vogliono venir giù in istrada; tu invece dovrai lacerare le lenzola e farne una corda e poi lanciarti fuori dalla finestra e sospenderti sopra il vuoto. E se la corda sarà troppo corta non ti rimarrà che un modo di scendere: cadere, abbandonarti sull'abisso, non misurare l'altezza. Oppure dovrai calarti per la cappa d'un camino o trascinarti lungo il condotto d'una fogna senza curare inciampi nè strazî della tua carne. Ma prima dovrai compiere uno spaventoso capolavoro: fare di una molla d'acciaio una seghetta. Ma con quali arnesi? Eh, devi inventarli! E poi dovrai accingerti a un'opera lunga, lenta, guardinga per tagliare l'inferriata o il chiavistello o il lucchetto. E poi!... E poi i sassi che bisogna levare e rimettere al posto venti volte al giorno e poi i fori che conviene coprire e i rovinacci che occorre nascondere.
Il più prodigo dei romantici toccò una volta questi espedienti dell'opera umana disperata1. Ma lo stile virtuoso non vince la rude evidenza del racconto d'un fuggitivo, che confessa gli adoperati segreti della sua temeraria impresa. È un illetterato che detta al giudice la sua confessione; ma quella prosa nuda, semplice, istintiva sa d'umana letteratura. L'evasore non è più giovine, nè lo chiama alla vita libera alcuna carezza; epilettico, emottoico, ernioso, si direbbe negato all'odio del suo unico rifugio; ma tutte queste tare volterà in altrettanti favori nell'eludere la vigilanza disarmata e nel mettere a più cimentosa prova gli ultimi avanzi di vita.
Narri dunque la matricola 3692.