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| Giovanni Rosadi Tra la perduta gente IntraText CT - Lettura del testo |
II.
Lo scopo nel tentare di fuggire è stato quello di sottrarmi a lunga pena e specialmente al periodo di segregazione, visto che non era più possibile il passaggio in una casa di cronici. Dichiaro di non essere stato maltrattato; anzi ho un rimorso: di aver dato dispiacere a chi mi ha trattato sempre bene. La mia malattia è inguaribile, e quindi tentavo di farla finita una volta per sempre con la pena. Dal giorno che entrai in questo stabilimento e che vidi che non c'era più speranza di andare in comune, feci il proposito di evadere. Per far ciò bisognava riacquistare un po' di forza. Pregai la guardia di infermeria che mi mettesse in una cella più ariosa. La guardia disse di domandarlo al signor dottore. Il dottore non avendo nulla in contrario, ebbi la fortuna d'essere messo in una cella del terzo piano.
Mia intenzione era di segare, appena acquistate le forze, un'inferriata. Il pezzetto di ferro con denti, a forma di seghetta, che mi mostra, lo tagliai dal mio cinto erniario. Però, nel salire le scale per andare alla nuova cella del terzo piano, vidi una chiave nell'uscio del sottoscala posto al pianterreno. Accortomi che in generale una chiave apriva diverse porte e diversi cancelli, pensai di profittare di quella. Mentre davano acqua ai malati, verso le sei di sera di lunedì 13 giugno, e precisamente mentre facevano dei movimenti e aprivano altre celle, colsi il momento per impadronirmi della chiave discendendo al pianterreno. E questo fu mentre la guardia trovavasi in altra cella per somministrare ghiaccio e altro. Presa la chiave, ritornai nella mia cella. Ieri mattina poi, all'ora della prima distribuzione del vitto, cioè verso le dieci, quando tutte le celle del terzo piano erano aperte, uscii dalla mia che trovavasi precisamente vicina al cancello di ferro che mette al soffitto, e provai la chiave. In quel momento la guardia di servizio era intenta ad aprire altre celle e gli infermieri recavano il vitto a diversi malati. Dichiaro pure che nella prova fatta della chiave, essendo la medesima stretta, ne allungai la canna e questo lavoro lo feci durante la giornata.
La sera, poco prima della visita, verso le ore sei, quando tutte le porte erano aperte per la distribuzione dell'acqua, del ghiaccio e altro, aprii il cancello; e siccome oltre questo c'è la porta di legno, che nei giorni precedenti avevo osservato esser chiusa a chiave, mi fu provveduta una piccola chiave da persona che non voglio nominare: chiave che pure allargai rompendone la canna perchè potesse funzionare. In quel momento la guardia disimpegnava il suo servizio per le celle, e gli infermieri erano anche loro intenti a fare il proprio servizio. In previsione che le due chiavi andassero bene, come infatti andavano, ho disposto nel mio letto prima di lasciare la cella, servendomi dei guanciali, del fazzoletto, dell'asciugatoio, della coperta e di un po' di paglia del pagliericcio, un fantoccio in guisa da sembrare un uomo che dormiva, da non potersi però vedere in faccia. Portai meco tutto l'abito da recluso di cui ero vestito e le due lenzuola coll'intenzione di farmene una corda per discendere dal tetto. Portai meco altri oggetti che non ricordo e non so precisare. Con la chiave grande potei aprire il cancello e la porta anzidetta: e passai oltre. Entrai nella porta a sinistra e poi nella soffitta, quindi, formato uno sgabello a mezzo di un recipiente, smossi le tegole e fui sopra il tetto.
Girando lo sguardo sopra il tetto stesso, mi accòrsi che dal lato ove sono poi disceso, vi era gente alle finestre, e quindi, orizzontandomi meglio, pensai di scendere dalla parte del tetto dell'alloggio del signor direttore, che trovasi dalla parte opposta. Arrivato sopra quel tetto, smossi diverse tegole, ma visto che non potevo riuscirci tornai indietro e smisi l'idea di scendere da quella parte. Aspettai il sorgere della luna onde poter meglio vedere il punto da cui avrei potuto con più facilità compiere l'evasione. Girai le diverse parti del tetto e vidi che oltre a quella della lavanderia del penitenziario vi era una mezza finestra che presentava modo facile per potervi penetrare. Approssimandomi a detta finestra appartenente ad abitazione privata, la trovai munita di inferriata leggera ed anche guasta, per cui mi riuscì facile toglierne la sbarra che ora mi si presenta e rimuovere eziandio una reticella di ferro pure guasta e di cui era munita quella finestra. Col mezzo di un fiammifero osservai che il piano dove metteva questa finestra trovavasi disabitato; mi feci quindi coraggio e penetrai dentro.
Ebbi allora a cadere per uno sbocco di sangue, che mi fece sostare qualche minuto; ed il rumore da me fatto attirò l'attenzione dell'inquilino abitante al piano sottostante, il quale dalla finestra avvisò i carabinieri, che a caso passavano in quel momento per via Ghibellina. Riavutomi dalla caduta, raccolsi tutte le mie forze e con quanto meco avevo asportato mi feci a scendere le scale; ma giunto a metà delle stesse mi trovai fermato dai carabinieri e ricondotto nello stabilimento. Allora ricaddi e dissi: povere mie fatiche!