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Giovanni Rosadi
Tra la perduta gente

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II.

 

E se l'argomento si rivolge di preferenza alla vita fiorentina, allora si sente frizzare in tutta la sua verità la favella toscana e lo spirito bizzarro che la intona, prima che ne facciano parole e musica da burattini i pedanti seccatori di cervelli e d'ogni materia di vita.

Ora è l'inquilina del quinto piano nel Chiasso del Buco, che ingiuria da un anno l'inquilina del pianterreno. Un giorno è la secchia che urta la secchia calando nel pozzo; un giorno è la polvere scossa dalle sottane sulla corte comune; un altro giorno sono i ragazzi del piano di sopra, impegnati in un'aspra battaglia con quelli del piano di sotto. Quando è una, quando un'altra l'occasione del dissidio, ma la nota che domina sempre è quella della contumelia più pungente e dettata dall'orecchio più che dall'intenzione, e non solo contro chi è a ritorcere l'ingiuria, ma anche verso quella cirimbraccola che è la madre assente, quella vecchiaccia squarcoia che è la nonna ammalata, e su su fino alla quarta generazione ascendente. Poi l'ingiuria discende a due almeno delle generazioni successive; e allora ne tocca la sua parte a quella stemperona della figliuola, a quel mostriciattolo del nipotino, e giù giù fino all'aborto di cui è incinta la figliola.

Cento lire di multa inflitte alle due donne dal pretore sono l'epilogo della lunga e triviale storia.

Ora invece è la Crezia che ha incontrato nel Gomitolo dell'Oro la Gegia, sua rivale in poco puro e fortunato amore. Due insolenze, l'una più mordace dell'altra, sono state il pronto e scambievole saluto; quindi le disturne, i rinfacci, i ripicchi. L'una ha avuto tre amanti, l'altra sette; questa li ha avuti brutti, quella anche ladri; Crezia li ha avuti vecchi, Gegia di tutte le età.

Indi querela e controquerela: quindi doppia condanna delle due rivali a poche lire.

Ora è un pescatore ignobile che ha intorbidato per cinquant'anni con la sua rete le chiare e dolci acque dell'Arno e che si vede per la prima volta implicato in una contravvenzione alla legge sulla pesca. Chi direbbe mai che vigesse un'apposita legge sulla pesca? Eppure ne vige più d'una e impera tra le altre una disposizione a cui ha contravvenuto per appunto il nostro pescatore, la quale, invece di proibire utilmente la pesca in un dato periodo dell'anno, vieta quella del pesce novello e degli altri animali acquatici non pervenuti alle dimensioni che "saranno indicate dai regolamenti". E l'immancabile regolamento dispone che "le lunghezze minime che i pesci devono avere raggiunte, perchè la loro pesca e il loro commercio non siano vietati a senso dell'articolo 3 della legge, sono qui appresso determinate:

Anguilla (anguilla vulgaris) 40 centimetri.

Tinca (tinca vulgaris) 15 centimetri" ecc.

- Voi avete pescato una tinca che misurava soltanto la lunghezza di quattordici centimetri - contesta il pretore al vecchio imputato, rimasto ancora stordito della propria imputazione.

- A me è parso di no; ma poi, che vuol'ella, il metro sott'acqua non ce l'avevo. Vuol dire che d'ora in avanti, quando un pesce tocca, prima lo misuro e poi tiro su.

- Cento lire - chiede il rappresentante della legge.

- Ottantasei - sentenzia il pretore.

Il condannato esce scotendo la testa, come per farne cadere qualche cosa che ci si sia posata sopra, e brontola tra : - Tocca a noi a pescare i pesci grossi; ma qui si fa la pesca dei poveri pesciolini.

Ora è una giovane e paffuta servetta di Scarperia, incolpata di contravvenzione per aver portato il fucile del suo padrone all'armaiolo con l'ordine di farlo riguardare. La bella innocente si difende con una modestia più civettuola della stessa civetteria e risponde al pretore a quella stessa maniera confidenziale e scontrosa ond'è abituata a trattare con i garzoni maneschi delle botteghe.

- Oh quante ne vuol sapere lei! - fa al pretore. - Io dico che sono stata comandata dal padrone e basta.

- E io vi dico - la rimbecca il giudice - che per ordine di altri, per lo scopo di farlo accomodare si può portare un fucile, quando non si ha la licenza di caccia o almeno di porto d'arme.

- Buffa! Sta' a vedi che sarò andata a caccia per via Calzaioli!

- Silenzio! Così ha più volte deciso la Corte Suprema.

- Chi la conosce quella signora?

- Cinquanta lire - dice quel del pubblico ministero.

Lo stesso il pretore.

Ora è la volta di un povero prete di Quaracchi, così povero che per fare la sua buona figura davanti al pretore si è scarabocchiati d'inchiostro i polpacci nascondendo i cento buchi delle sue calze. La giustizia lo incolpa di contravvenzione al regolamento municipale sui cani per aver tenuto un cane senza farne denunzia pagarne tassa.

- Questo cane non è mio - dice il prete. - Tutto Caracchi lo sa. Non l'ho mai tenuto, com'è vero Iddio. Che gli avrei a dar da mangiare?

- Le guardie - dice il pretore - riferiscono nel loro rapporto che il cane è vostro. - E fa venire avanti a a farne testimonianza cinque guardie municipali, ozieggianti da cinque ore per la pretura, intanto che per la città scorrono cani e ladri di tutte le parrocchie.

- Venti lire - conclude il pubblico ministero.

- Venti lire - sentenzia il pretore.

Il prete si fa il segno della croce ed esce brontolando: - Si iniquitates observaveris, Domine, Domine, quis sustinebit?

Ora è l'immensa ostessa dello Sdrucciolo dei Pitti, a cui si contesta di aver tenuto spento il lume prescritto dalla legge sulla porta dell'osteria.

- Me lo spense il vento - si prova a sostenere dolcemente l'ostessa.

Ma il pubblico ministero:

- Dieci lire.

E il pretore: - Dieci lire.

Ora è il garzone del carbonaio della Nave a Rovezzano, che deve rispondere di essersi bagnato nudo in Arno.

- Era buio e non si vedeva nulla - comincia a dire il giovine carbonaio, tutto pulito in faccia e nelle mani.

- Non importa; la legge non distingue il giorno dalla notte.

- Bellino! O la chiami la moglie del navalestro e la senta se ha visto nulla.

- Dieci lire.


 

 

 




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