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Giovanni Rosadi
Tra la perduta gente

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VII.

 

Una vista che tiene ancora del comico ne' suoi aspetti di disgusto e di pietà è quella che ci appresta una singolare schiera di gente perduta, composta di dieci, quindici, trenta, cinquanta donne di età diversa, di condizione signorile artigiana, svariatissime negli abbigliamenti disordinati, alcune in cappello e altre scarmigliate, sorridenti tutte, ma di quel sorriso a cui s'atteggia un'anima che non ritrova le vie del pianto.

Le direste sùbito, nonostante la loro varietà di aspetto, appartenenti tutte ad una sola classe. Il pretore le chiama con i loro cognomi che denotano origini sparse e talvolta straniere; ma il nome che quelle si ostinano a dire con voce chioccia non corrisponde quasi mai all'atto di nascita che il pretore ha sott'occhio. Ines, Olga, Fosca, Annita, Irene, Dolores, Carmen, Amelia sono tra i più comuni; e sono nomi di guerra presi più per ragione di suono che di dissimulazione e talvolta per ambita eredità di mestiere.

- Che mestiere fate? - domanda a loro il giudice.

- L'amore.

Anche il più assiduo spettatore ride quando sente contestare a quelle donne e anche alle più vecchie e deformi l'accusa di avere nella sera precedente, 'adescato per via i passanti.' Adescato? e con quali vezzi? Ma che luce spande per le vie e i vicoli della città? Di quali false immagini si riveste, quando s'aggira per la notte e sfiora la pelle sensibile del passeggiero solitario, l'ombra lasciva di Saffo?

Tutte quelle figure, svelate alla luce mattinale di una pretura, non sbiadiscono, non s'alterano, come fanno i sogni della notte ripensati alla prima luce del mattino, ma si corrompono, si disfanno. Vi par di trovarvi in pieno giorno e per la prima volta sulle tavole d'un palcoscenico, dove l'illusione delle scene e il fasto delle suppellettili vedute alla luce artificiale e di lontano vi avevano fatto respirare la sera innanzi un'aria di eleganza e di mollezza nel salotto della signora del dramma, laddove ora scoprite da vicino i goffi disegni degli scenari, la falsa ricchezza delle masserizie, le pareti e i cieli di tela, gli usci e gli specchi di cartone, e persino i fagiani e i timballi di cartapesta. Strati densi di magnesia e di minio, che ieri sera velavano su quei visi disfatti tante cicatrici e tante magagne, stamani son ridotti a poche cenciate; cappellini ieri sorretti da una disperata intenzione di moda non hanno oggi più forma equilibrio; capigliature già intessute a fil di pazienza e sostenute a fatica di pettini e di forcelle per effigiare torri davidiche, cocce di sciabola, caschi di pompiere, sono ora disfatte come pagliai schiantati dalla bufera.

Con una condanna di pochi giorni di arresto e di poche lire di multa cala la tela sopra il triste spettacolo.

 

 

 




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