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| Giovanni Rosadi Tra la perduta gente IntraText CT - Lettura del testo |
I.
L'abisso della colpa è così profondo e attraente, che in giro al suo orlo vasto traccheggiano figure neghittose, prive del coraggio di gettarvisi dentro più che fornite della coscienza di trattenersene, le quali respirano per proprio vitale alimento l'afrore di forte mosto che esala dal fondo, se ne ubriacano e vanno pel mondo col vanto di aver vigne al sole e grotte sotto terra, provviste di tanta abbondanza da poterne dare generosamente a bere. Sono sfruttatori del delitto, del quale suppongono la verità o fingono le aderenze, spandendo nell'aria già densa di sospetti un fumo di malizia e di discredito immeritato.
Come l'artista e il letterato che usano il plagio si appropriano pensieri e forme altrui, così questi messeri si attribuiscono facoltà e operazioni che a loro non appartengono nell'ordine del mal fare, pur riuscendo a coglierne i frutti. E però li chiamo plagiarî.
Vedete i venditori di fumo, così classificati anche dalla dottrina.
Per allargare la vostra borsa vi dànno a credere non solo di poter commovere in vostro favore magistrati, ministri, funzionari di ogni grado, ma di potere anche "lavorarli." E per abusare della vostra credulità vantano amicizie, parentele, oscuri poteri, relazioni d'ogni specie. La truffa è colma, siano vere le relazioni o siano false, ed è piena l'infamia che sotto forma di diffamazione si riversa sul capo di uomini innocenti e inconsapevoli dell'insidia, quando questi plagiarî, che non corrompono, non operano, ma fingono di corrompere e di operare, vi inducono a sborsar denaro dicendolo necessario alla corruzione.
Sotto il regno di Alessandro Severo un Vetronio Turino, abusando delle relazioni che aveva con la reggia, vendeva per denaro il favore del principe: questi lo riseppe e condannò Vetronio a esser arso vivo su una pira di legna verdi, ordinando che durante il supplizio il Precone gridasse: fumo punitur qui fumum vendidit. Fin d'allora era conosciuto con questa immagine del fumo il vizio spregevole. Oggi si estende necessariamente a maggiore varietà di appigli per la maggiore complicazione dei congegni, i quali si prestano tanto più alla corruzione mentita o vera quanto meno rilasciano ai funzionari libertà e fiducia personale. E più sono macchinosi e pesanti i congegni e più ispirano e quasi impongono la convenienza di "ungere", secondo l'opinione non sempre arbitraria che altrimenti la gran macchina non si muove.
Un vecchio misterioso, di nessun confessabile mestiere, non congiunto nè amico di medici militari, che non ne sapeva neppure un nome, esercitava a Firenze questa nobile e abituale professione: far riformare con la sua arcana potenza i giovani di leva nella visita medica. Generalmente si rivolgevano a lui coloro che avevano già una ragionevole ma trepida speranza di essere riformati per causa di salute; ma il vecchio misterioso non faceva restrizioni e poneva un unico patto: che gli fosse pagata una cospicua somma, ordinariamente mille lire, a liberazione compiuta. Pretendeva qualche volta che la somma fosse depositata sotto titolo mentito, raccomandava sempre la massima segretezza perchè altrimenti si sarebbe compromesso qualche onesto e bisognoso padre di famiglia, e stava di piè fermo e senza prendersi alcuna briga ad aspettare gli eventi, che spesso erano di necessità e per giustizia fortunati. E quando non guadagnava non perdeva.
Il vizio è più comune e doloroso tra i parenti del pubblico ufficiale. Allora il calunniato è tanto più esposto al sospetto quanto meno è inverosimile l'opera del millantatore.
Era comune a Roma l'opera delle mogli. Le belle matrone non avevano meno da sfoggiare nelle acconciature che le nostre signore; e i mariti non eran sempre disposti a spendere più di noi. Sicchè di regola si vietava al proconsole di condursi dietro la moglie o gli si permetteva a patto di ricordarsi che il Senato, sotto i consoli Cotta e Messala, aveva decretato che quando le mogli di coloro che partono per l'esercizio del loro ufficio facciano malefizio, se ne prenda ragione e vendetta contro di loro5. Era una legge d'eccezione, fatta per salvare il decoro del dominio nelle colonie, giacchè non sarebbe stato giusto che il marito, dopo tutti i malanni che la moglie poteva giocargli alle spalle, dovesse scontare anche quello della vendita di fumo.
Ma pare che un tale sacrifizio scontasse veramente il filosofo Bacone. Le sue speculazioni filosofiche a lunga distanza non gli lasciarono scorgere come intorno al suo ufficio di lord cancelliere la moglie abusasse bassamente della propria influenza presso di lui, anche se proprio non volgeva le chiavi del suo cuore. Fu accusato di corruzione da Aubery e Egerton, condannato al carcere e deposto. Ma scontava anche la Nemesi del proprio errore. Dal suo antico posto di procurator generale aveva arringato contro il conte d'Essez, già suo grande benefattore, che cadde sul palco come reo d'alto tradimento. Aveva dunque perseguitato un traditore, ma l'aveva tradito.
Recentemente in Italia si trascinò in giudizio un alto e abile magistrato sotto l'accusa di barattare la giustizia. Il processo, fattosi a Firenze, fu un avido scandalo in tutto il paese, dove la rottura dei tabernacoli è una maniera prediletta di bestemmiare le cose a cui dovremmo maggior devozione: l'onore nazionale, il nostro decoro oltre gli invidiati confini, la religione dell'intatta povertà dei magistrati. L'innata sfiducia nella giustizia e il solito sospetto che basti ungere anche la sua macchina per volgerla a proprio profitto avvelenarono l'aria già densa di umori maligni.
Patroni di ricche liti perdute presso il giudice diventato giudicabile, insoddisfatti del licet iudicem triduo maledire, si fecero del podio dei testimoni il vomitatorio delle loro bili. Magistrati di prima sede, che si eran visti riformare i sapienti responsi in grado d'appello con l'intervento del giudice superiore caduto in disgrazia, si presero la rivincita col venire a sostenere i propri errori. Colleghi partecipanti alle giudicature sospette di venalità vennero a difendersi, violando il segreto del voto o per adonestarlo o per vantarlo diverso da quello del sospettato. Perfino un umile usciere, abituato a origliare al buco dell'Areopago per correre a venderne le primizie, essendosi pubblicata una decisione diversa da quella illecitamente rivelata, fu chiamato a far fede che si era mutata la sentenza.
L'epilogo del processo fu la solenne proclamazione della piena innocenza dell'accusato e l'inesorabile condanna dei maligni accusatori e degli incauti. Nella luce tersa e viva della verità emerse una sola macchia, che non adombrava la candida figura del magistrato: la sua donna, infelice per anima inferma e bisognosa di ardere per consumarsi, vendeva fumo dietro le sue spalle. Sarebbe bastata la dolorosa accusa di questa colpa, che non sfuggì a condanna; ma il dispettoso gusto di fare qualche cosa di più, che bisogna poi disfare, imponeva una grande iniquità per dimostrare una maggior giustizia. Che vispi fanciulli e amabili mattacchioni siamo noi italiani, che sentiamo il bisogno di aver sempre nelle mani qualche balocco e di disfarlo per vedere com'è fatto!