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| Giovanni Rosadi Tra la perduta gente IntraText CT - Lettura del testo |
VIII.
Qui fu sottoposto all'accusa di truffa per l'abuso della credulità degli ospiti e dei creditori ed a quella di falsità in atti pubblici per l'uso di nome non suo nella renunzia all'eredità paterna e nell'attestazione di nascita dei figliocci. E da una parte il commissario affermava che l'accusato era Giambattista Vendramini e dall'altra le vittime negavano che fosse Enrico Bandini. Allora, invertendosi la disposizione degli spiriti, come avviene nella fortuna dei volghi, si ritrovarono cento ragioni di dissomiglianza delle quali prima non si era notata pur una: la favella troppo diversa da quella toscanissima di Enrico, quasi non fossero passati trent'anni: la corporatura più magra e snella, come se per metà di vita non possano mutarsi i particolari fisici dell'uomo: più alta la statura, meno grandi e piatti i piedi: e non so quali altre differenze minute scoperte dalla pia Calliroe nel segreto delle sue memorie. Solo il confronto della statura ebbe una certa saldezza nelle indagini del processo, perchè Enrico Bandini era alto un metro e sessantanove centimetri quando subì la visita per la leva; invece il redivivo era alto un metro e ottantatrè centimetri; e non parrebbe facile ammettere che un uomo oltre i vent'anni possa crescere e di tanto. Meno serio confronto, come sempre, doveva porgere la perizia grafica esercitatasi nella comparazione della scrittura fatta eseguire al redivivo con quella scelta tra le reliquie di Calliroe.
Ammesso che costui era Giambattista Vendramini, gli si addossò una lunga odissea di truffe del medesimo stile, che si connettevano a questo nome. Infatti il Vendramini fin dall'85 aveva svolto la sua attività nello sfruttar parentele, ora dicendosi figliolo d'uno, ora zio d'un altro, ora genero di questa, ora marito di quella; sì anche marito, e senza timore nè imbarazzo di confronti! A Udine, centro delle sue gesta, è arrestato e inquisito per truffa; ma il tribunale gli rimette questa accusa per infermità di mente a causa della sua condizione di "istero-epilettico e pazzo morale". Passato dal carcere al manicomio e di qui rimesso in libertà, riprende le sue diligenti e operose abitudini, fin che non è arrestato dal commissario che verrà poi a ritrovarlo a San Casciano. Ma il tribunale di Belluno conferma la sua irresponsabilità su lo stesso fondamento della pazzia. Finalmente nell'estate del '905, essendo rinchiuso nel manicomio di Crespano Veneto, riesce a fuggirne; e un mese dopo è a San Casciano nelle braccia fraterne di Egisto Bandini e quindi in quelle amicali del commissario. Ma il tribunale di Firenze riafferma per la terza volta la sua irresponsabilità e lo assegna al manicomio: giudizio assai notevole, anche per la sua persistenza, se si confronta con la tendenza volgare dei tribunali a escludere ogni follìa nei fatti umani che abbiano, come questo, l'apparenza della complicazione e della malizia.