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Giovanni Rosadi
Tra la perduta gente

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IX.

 

Ma l'uomo così giudicato tre volte era Giovanni Vendramini? Le sentenze lo ritennero per certo. Ma un giorno d'aprile del '906 il Vendramini, intanto che dalla prigione aspettava di essere inviato al manicomio, chiese di parlare. Secondato nella sua richiesta dal direttore del carcere, disse:

- Debbo dichiarare che io non mi chiamo e non sono Enrico Bandini.

- Fate bene a dire la verità; vi può sempre giovare.

- Ma non sono e non mi chiamo neppure Giovanni Vendramini.

- E come vi chiamate?

- Giovanni Ducati.

- Per appunto Giovanni Ducati!

- D'altronde non ci ho colpa!... Mio padre si chiamava Michele Ducati e mi mise nome Giovanni.

- Proprio Giovanni Ducati!

- Proprio!

- E come lo provate!

- Ah, le prove! Per le prove raccolte dai tribunali sono Giambattista Vendramini; ma per quelle che posso dar io sulla mia parola son Giovanni Ducati.

- E chi era vostro padre?

- L'ho detto; e era di Vignolo Vatara, dove son nato nel '51.

- Sicchè siete austriaco.

- Questo riguarda la storia.

- E vostra madre?

- Teresa Ravagna.

- Tutti morti?

- E seppelliti a Vignolo.

- Ma com'è che siete stato chiamato Vendramini?

- Anche di questo non ho colpa.

- E che mestiere avete fatto?

- Mi son dato sempre per parente di qualcuno.

- Che non era.

- È naturale! Non potevo mica presentarmi a mio fratello e dirgli che ero suo fratello, perchè lui è stato il solo a non volermi riconoscere!...

- Dunque avete un fratello?

- A Levice; e si chiama Leopoldo. Un altro fratello morì di mal caduco come mia madre. Ci ho anche una sorella, che si chiama Eugenia. Un'altra morì di non so quale malattia.

- E la vostra vita?

- Dallo spedale al manicomio.

- Le vostre condanne?

- Tutte quelle di Giambattista Vendramini e qualcheduna anche a nome mio. A dodici anni fui condannato a tredici mesi di carcere duro in Trento per aver rotto la vetrina della Madonna del suffragio rubandone gli oggetti preziosi. Un'altra volta fui condannato dal pretore di Levice per truffa, essendo andato in un'osteria a mangiare e bere senza pagare. Poi fui novamente condannato in Trento a cinque anni di carcere duro per esser penetrato in una casa aperta nel paese di Mezzo Tedesco (per una semplice indiscrezione.... non c'è male!). Dopo questa condanna emigrai a Vienna e quindi peregrinai per varie parti d'America e poi fui in Russia. A Pietroburgo conobbi Enrico Bandini, che faceva il venditore di figurine.

- E per questo pensaste a usurpare il suo nome a San Casciano?

- Non per questo.

- E come poteste esser condannato per Giambattista Vendramini?

- Quando nel tornare di Russia, dieci anni or sono, fui arrestato, mi fu trovato in tasca un passaporto al nome di Giambattista Vendramini. Me lo aveva dato, al solo scopo di poter viaggiare, il vero Vendramini, che lavorava insieme a me nei Carpazi; e quando nell'occasione del mio arresto mi fu preso, dissi subito che non era mio. Ma non fui creduto. Fui rinchiuso con questo nome nelle carceri e nei manicomî, fin che non potei fuggire da quello di Crespano Veneto e venire a Firenze.

- E qui come poteste ricordarvi di Enrico Bandini e sapere della sua famiglia?

- Non fu qui; fu a Crespano. In quel manicomio conobbi un venditore di figurine del quale non voglio dire il nome; costui mi disse che ero Enrico Bandini; io confermai; allora il venditore dette cinquanta lire a un infermiere perchè mi lasciasse fuggire; fuggito, andai a San Casciano e mi presentai a Egisto come suo fratello Enrico.

Dopo queste dichiarazioni si cercò del fratello Leopoldo e della sorella Eugenia, si interrogarono i Capocomuni successivi nella rappresentanza comunale austriaca di Vignolo Vatara, si interrogarono altri concittadini del Ducati, e ne risultò la sua personalità confessata. Ma quello che più importava sapere rimase un mistero. Come e dove potè il redivivo di San Casciano raccogliere gli elementi necessari a sostenere la sua parte? Fu forse suo complice il figurinaio del manicomio di Crespano, che sborsò cinquanta lire? E chi fu?

Mistero!

 

 

 




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