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Giovanni Rosadi
Tra la perduta gente

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VI.

 

Ma dove ci menerebbe l'osservazione quotidiana? Convien piuttosto toccare l'ultima nota dei delinquenti parlanti: la loro mimica particolare.

Dopo le acute osservazioni del Darwin intorno alla mimica umana, si può dire che questa irresistibile energia, derivante da quei massimi trasformatori di forze che sono i centri nervosi, si compone di due fenomeni: utili e simpatici. Il delinquente, che è scosso dalla massima energia nel preparare o nell'eseguire il delitto, oppure è agitato dallo sforzo estremo di nasconderlo o di giustificarlo, ha una mimica propria, notevole per la somma accentuazione de' suoi termini di utilità e di simpatia. Il digrignare dei denti, che fa l'omicida; il traguardare del ladro in azione; l'inclinazione obliqua dell'assassino in agguato; la dilatazione degli occhi dell'avvelenatore spiante gli effetti della sua opera lenta; il sorriso beffardo del diffamatore e dell'ingiuriante; l'accomodamento delle labbra del truffatore; lo scatto bestiale del devastatore vandalico; il tremito convulso del seduttore; l'immobilità contratta del complice sono tutti fenomeni utili della mimica criminale. Il chiuder gli occhi alla vista del sangue inaspettato della vittima percossa, il mordersi le labbra al fallire del colpo, il torcere a un tratto il collo e l'alzare bruscamente le spalle per distogliersi da una facinorosa ispirazione, il grattarsi il capo nel dire una difesa difficile, il battere le palpebre ad una contestazione schiacciante sono altrettanti fenomeni simpatici della mimica del delinquente.

In analoghe occasioni gli stessi fenomeni sono comuni alla gente onesta, ma nei delinquenti sono assai più esagerati, perchè più esagerata è l'energia che li spinge attraverso a condizioni e azioni contrarie al consenso generale degli uomini, che perciò le perseguitano. E qui si allude ai delinquenti normali, perchè la massima freddezza di chi consuma o racconta il suo malefizio, l'assoluta indifferenza, anzi la gioia crudele, che volgarmente si rinfaccia a un accusato che non si sa conoscere, son fatti che contraddicono per l'appunto alle regole di utilità e di simpatia della mimica comune e che per questa contradizione attestano della natura anormale del delinquente.

Ma la mimica è anche un linguaggio a sè, un gergo muto, che il delinquente, a cui non sempre conviene di parlare, adotta spesso per nuovo bisogno di difesa contro la società da cui non vuol farsi intendere; ed è un gergo simbolico che muta secondo le varie convenzioni.

E, secondo le convenzioni più comuni, abbassare il braccio con l'indice teso significa aver confessato; agitare il pollice e il mignolo con la mano chiusa, andare a rubare; chiudere l'indice e il pollice a forma d'anello, non aver paura; mettere l'indice in croce sulle labbra, non confessare; mettere l'indice e il medio nella stessa posizione, aver gli strumenti per lo scasso e voler esser seguito dal compagno; puntare l'indice sotto l'occhio sinistro, stare attento; stringere il fazzoletto, armarsi e star pronto; sovrapporre le dita a cavallo del naso, fare il lenone (vizio che nel medio evo si punì col taglio del naso); strisciarsi il pollice dal naso al labbro, essere un ladro; battere il palmo della mano sul pugno stretto dell'altra, disprezzare un pericolo o spregiare una persona molesta.

Qui, se mi indugiassi in questi esempî, qualche inquieto lettore sarebbe tentato di provare sulla mia faccia questo gesto del palmo d'una mano sul pugno dell'altra. Ma costui, a un tale indizio, sarebbe un delinquente.


 

 

 




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