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| Giovanni Rosadi Tra la perduta gente IntraText CT - Lettura del testo |
IV.
Esempî non lontani nè ignorati, accaduti nelle carceri d'Italia, confermano la ragione di questo voto. Ne scelgo uno del libro particolare della mia memoria.
Un giorno, allo spedale di Santa Maria Nuova in Firenze, gli uomini delle stanze del taglio, che preparano i cadaveri per farne notomia, ne ebbero tra mano alcuni che provenivano dal carcere delle Murate. Uno di questi pareva così ben conformato, che si pensò di ricavarne lo scheletro per il museo anatomico; ma, data mano alla dissezione delle parti molli, bisognò fermarsi dinanzi a una singolare sorpresa: tre coste di sinistra erano rotte, rotte quasi tutte le cartilagini di destra, spezzate le apofisi traverse delle ultime vertebre. Il sangue aggrumato intorno alle fratture per effetto di stravaso, prima che ogni altra notizia indiretta, indicava abbastanza che quelle lesioni erano state inferte su quel corpo durante la vita.
Si desistè dall'opera intrapresa e il cadavere fu chiuso in un sacco, donde quelle povere ossa umiliate furono gettate là dove nessun segno le distingue dalle infinite che semina la morte. Nè si fece denuncia, perchè non era questo il debito di quelle iene umane e pietose; e solo per lo scalpore d'un giornale che tentava di solito il ricatto (l'uso nelle vicende della verità spesso non basta e allora è perfino provvido l'abuso) si svolse una timida e monca procedura che dimostrò la malvagità d'un custode del carcere, la complicità d'un suo aiutante infermiere, la negligenza del direttore e la ciecità del medico.
Al giudizio sfilò una triste tregenda di uomini numerati con a capo il cappellano del carcere, unica immagine di pietà tra le orride mura. E raccontarono che gli infermi erano spesso tenuti digiuni e i dementi abitualmente percossi, che uno di costoro fu veduto col capo rotto mentre era da gran tempo legato, che generalmente ai malati che chiamavano nel delirio o per bisogno d'aiuto si otturava con fasce fisse la bocca. Raccontarono che qualche volta alla maggior furia di tali crudeltà era seguita la morte di carcerati. Raccontarono che il più scellerato e volenteroso complice degli aguzzini ufficiali era un aiutante infermiere, scelto nella persona d'un mozzo di galera, macellaio d'antica origine, condannato due volte per omicidio.43
Ma lascio la parola a un testimone che già un'altra volta ha parlato in queste pagine, tanto è facile e chiaro narratore44. È un condannato che parla; ma negargli fede perchè porta un numero piuttosto che un nome e magari un titolo, come quello di cavaliere del neghittosissimo direttore del penitenziario, val quanto proclamare il privilegio dell'impunità dei delitti che si consumano nella triste e inviolabile clausura.
Non credo poi di venir meno al rispetto ch'io debbo a' miei pochi lettori col cedere la parola a un povero galeotto per amore di stile schietto e istintivo, così desiderabile per contrasto con la retorica corrente, pretensiosa di novità. Ma già il lettore lo conosce. E quello stesso recluso della casa penale di Firenze, che raccontò il prodigioso tentativo della sua fuga.