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| Giovanni Rosadi Tra la perduta gente IntraText CT - Lettura del testo |
VI.
Queste lugubri rivelazioni, benchè fossero sorrette da altre testimonianze simili nell'origine e nel subietto, urtavano in una insuperabile difficoltà: quella di segnare i limiti separatori del vero dal falso e della realtà dall'esagerazione, per decidere fino a qual punto s'era spinto l'abuso delle vittime impotenti: se fino alla viltà ovvero alla ferocia, se a iniqui maltrattamenti oppure a disumane soppressioni. La verità non si sarebbe potuta ricercare che su i cadaveri esaminati a tempo; ma ormai una tale ricerca era negata, non essendo possibile l'esumazione dei cadaveri per la promiscuità dei seppellimenti in comune.
Allora i giudici, sgomenti di inseguire il vero, si posarono sul verosimile; non vollero estendere nè approfondire le indagini che invocava la stessa difesa degli accusati per dovere d'umanità, tantochè, non essendo stata esaudita, renunciò alla parola nel turno della difesa degli accusati; condannarono il custode e l'infermiere inumani a lieve pena; non chiesero conto a loro nè ad altri neppure della morte sospetta della vittima osservata dai settori di Santa Maria Nuova; non supplirono col compenso di inchieste straordinarie al difetto fondamentale della legge; punirono, non giudicarono; condannarono, non ammonirono; furon miti, non prudenti; benigni, non giusti.
Or neghi chi può che il voto d'una legge che prescriva la costante osservazione dei corpi che si levano dal carcere spogli di vita è giusto e irrecusabile.
Sulla livida fronte di questa gente perduta è scritto il pio voto, che naturalmente non sarà mai esaudito.