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| Giovanni Rosadi Tra la perduta gente IntraText CT - Lettura del testo |
III.
Passò, dopo il ritorno, un mese del nuovo stile. Giana, docile ma immutabile, rispose con stupore e pazienza ai nuovi trasporti del marito. Questi di giorno in giorno si sentì affievolire il piacere del nuovo; e se ne affisse e adirò come di un bene fuggente sotto i suoi occhi. Tornò alle ipotesi artificiose di gelosia; ripetè a sè stesso tutto lo svolgimento intimo dei desiderî nati e accumulati in prigione; creò ad ogni momento dissidî e rabbuffi con la moglie per procurarsi pacificazioni e tenerezze con lei; e intanto la maltrattava e la serviva, la disgustava e la seduceva, la disprezzava e l'adorava. Era sua, legittimamente sua; ma questa per appunto era la ragione del tormento. Avrebbe voluto una difficoltà alla quale contrastarla, un divieto e un ostacolo al quale contenderla, un rivale a cui strapparla; ma amarla e possederla perchè questo era il suo agio e il suo dovere gli pareva una volgarità e un'umiliazione da arrossire.
Bisognava dunque che si creasse un'altra occasione per rendersi la sua donna ancora nuova, desiderabile, contrastata. Ma fra tutte le occasioni non seppe che immaginarne una sola: tornare in prigione.
E vi tornò e per poco e per solo diletto anche questa volta. Gli bastò dir brutto a un gabellotto che non era bello, con quel naso di peperone vermiglio, e che alla barriera gli aveva ficcato per zelo d'ufficio una mano in tasca, perchè dovesse imparare ancora una volta dove consista tutta la dignità d'un pubblico ufficiale e come operi l'inflessibile giustizia dei magistrati sentenzianti con la stessa tariffa dei gabellieri.
In quarantacinque giorni, quanti compendiarono la nuova pena, si operò in lui un'altra volta il prodigioso rinnovamento del suo spirito, e una folla più densa e agitata di desiderï e disegni lo accompagnò novamente dalla cella del carcere alla stanza nuziale.