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| Giovanni Rosadi Tra la perduta gente IntraText CT - Lettura del testo |
VII.
Ecco plagiarî maggiori e più avventurosi.
Nel pieno meriggio d'un recente autunno entrava nel paese di San Casciano nel Fiorentino un uomo d'età matura, d'abito decente, d'aspetto comune. Presentatosi alla famiglia Bandini e incontratosi col suo capo, allargava le braccia e rimaneva in questa attitudine lungamente, finchè non esclamava:
- Egisto!
L'altro, raccoltosi un poco, come se misurasse un salto pericoloso da spiccare, si gettò in quelle braccia, che finalmente si richiusero intorno al petto di quell'uomo, gridando:
- Enrico.
Egisto ed Enrico erano fratelli. Ma non si rivedevano da trent'anni. Enrico era partito nel '77 per la Russia e da quell'anno non aveva dato più notizie di sè. Naturalmente erano state vane le ricerche fatte su di lui a mezzo degli unici diplomatici e consolari. Poco prima della presenza di Enrico in quella casa, la famiglia Bandini aveva saputo che gli anziani del paese stavano parlando con Enrico e aveva stentato a crederlo; ma ora che quell'uomo aveva aperto le braccia ed Egisto vi era entrato dentro come attratto da un istinto irresistibile, levava un coro di voci festive e commosse, tra le quali erano queste:
- È proprio lui! come si somigliano! Ma si vede ch'è stato fuori!
Enrico raccontò le più strane avventure: persecuzioni politiche in Russia: detenzione e fuga dalle carceri di Pietrogrado in conseguenza dell'eccidio di Alessandro II: divagazioni travagliose per l'Europa: imprese e peripezie in America: commercio e fortuna toccatagli finalmente nel nuovo mondo. I ragazzi di quella casa non avevano mai udito nulla di più lungo e favoloso dalla bocca della nonna; gli uomini e le donne si appassionavano singolarmente all'ultimo capitolo, e questo era documentato da certe carte che Enrico illustrava come titoli di banche estere; ed era chiuso da lui con l'affermazione che erano per giungere a Genova varie casse di valori.
La fama delle sue ricchezze gli circondò il capo di un'aureola di santità tra i villici di San Casciano. La musica del paese lo salutò con alti concenti, i vecchi patrioti gli ammannirono un lauto banchetto, le più antiche famiglie lo vollero seduto alle loro cene, qualche padre novello l'ottenne compare del neonato "Enrico". E non gli mancò neanche l'incontro della donna della sua lontana giovinezza, la quale aveva conservato le lettere ricevute da lui nei primi giorni della sua peregrinazione in Russia. Egli le rilesse e mostrò una singolare curiosità in quella lettura, guardando spesso la sua Calliroe e dicendole con serena malizia:
- Te ne ricordi, eh?
Bisognava andare a ricevere le casse a Genova; ma i titoli esteri non erano spendibili in Val di Pesa; e però Enrico ricorse alla facile fiducia de' più ricchi paesani, ottenendone prestiti di alcune centinaia di lire e anche di un cavallo con carrozza. Intanto Egisto, che teneva il fratello in casa con amabile ospitalità, lo persuadeva a renunziare all'eredità paterna (giacchè il padre era morto durante la sua assenza) in favore dei nipoti: ciò ch'ei fece con un bel gesto di liberalità nella pretura di San Casciano. Poi andò a Genova e dopo qualche tempo ne annunziò il ritorno. La famiglia gli mosse incontro e qualche giovane si sbracciò per disporsi al carico delle casse. Ma a Genova non erano arrivate,
Questa notizia fiaccò un po' gli entusiasmi di quei giovani e degli altri familiari, ma non della stampa, che da più d'un mese pubblicava un gustosissimo diario del "Redivivo di San Casciano" comunicando ogni particolare della sua giornata. L'eco del diario fiorentino ripercosso nella stampa del resto d'Italia giunse all'orecchio d'un commissario di pubblica sicurezza a Mondovì, il quale aveva conosciuto e catturato a Udine un Giambattista Vendramini di Savilla in quel di Treviso, il quale sfruttava alcune famiglie fingendosi parente. Una sera che Enrico era in una casa ospitale di San Casciano trovò fra gli ospiti quel commissario, il quale gli usò la villania di mettergli le mani addosso e condurlo a forza a Firenze.