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Giovanni Rosadi
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V.

 

Tutte queste cose erano taciute nel manoscritto perchè ignorate dai compilatori, il manoscritto, dopo essersi raccontato il ratto attribuito al conte di Camaiore, a questo punto soggiungeva che Massimina, come fu abbandonata, si ridusse presso una buona donna di Milano e dette vita a una femmina che per augurio chiamò Fortunata. La nutrì del suo latte, la sostentò con ogni sacrifizio, finchè dopo cinque anni da che era madre, venne a mancare. La donna, rimasta unica custode dell'orfana, non ebbe cuore di abbandonare la bambina e si accomodò come meglio seppe a farle da madre. Ma il peso era grave e scarse le forze per sostenerlo, sì che dopo qualche tempo ripensò al ratto narratole da Massimina e risolse di moversi alla ricerca del padre della sua allieva, del conte di Camaiore.

Questi ascoltò la voce della buona donna, che aveva accenti di tanta ragione nell'invocare aiuto alla sua opera pietosa e vide la piccola Fortunata, che la donna si era presa con nel viaggio come documento della sua richiesta. Quanto era diversa da lui alle forme e nell'espressione! Al contrario, come somigliava a Perchia nelle linee del viso e nella stessa particolarità della bocca che gli aveva procacciato quel soprannome! Si protestò estraneo al frutto della triste avventura; tuttavia non si rifiutò di provvedere al sostentamento e all'educazione della innocente; e per questo fece patti convenienti con la donna. Tali patti, ripetuti nella corrispondenza che seguì tra lui e lei, furono i documenti probatori della ricerca giudiziaria. Quando Fortunata era cresciuta in grazia e in buona educazione e aveva diciott'anni, si era a lei rivolto il giovane marchese di Lambrate, il padre si era opposto all'unione, la donna aveva rivelato la storia del trattamento usato verso di lei, e si era deciso, di promovere la questione giudiziaria. Il fondamento di questa era, oltre le lettere del conte, la testimonianza di alcune comari pisane, che avevan visto più o meno direttamente rapire Massimina. S'intende che nella loro convinzione il rapitore era il conte di Camaiore, giacchè Perchia aveva preso il suo nome. Ecco l'errore.

Alla distanza di vent'anni sarebbe stato difficile provarlo. L'abate avrebbe potuto dedurlo, ma non giustificarlo. Dunque la lite sarebbe stata sostenibile e Perchia l'avrebbe con grande disinvoltura sostenuta; ma il maestro, il quale voleva essere il primo giudice d'una lite che prendeva a sostenere, insospettito com'era delle voci giunte al suo orecchio, non avrebbe usato altrettanta disinvoltura. Dinanzi a lui Perchia si sentiva preso da un timido rispetto, come di fronte a un giudice vero e infallibile, che vedeva e giudicava al di delle prove e delle apparenti fortune e fin dentro la più profonda cavità d'ogni cuore. Si persuase che a lui avrebbe potuto presentare una sola soluzione che fosse aliena dal vero: quella che fosse almeno conciliabile col giusto.

 

 

 




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