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Giovanni Rosadi
Note in margine

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VI.

 

Sospinto da questo bisogno, intravvide una nuova via, verso una giustizia relativa, non fatta di verità ma di consenso e di utilità morale, che avrebbe dato per vero e giusto quel che soltanto sarebbe accettato per tale tra le parti. Non misurando ostacoli difficoltà in questa impresa, corse fuori della città, e sul primo trespolo che potè noleggiare viaggiò lontano, rifacendo cento volte col pensiero del nuovo disegno il suo cammino.

Era già sera quando giunse a Camaiore. Nel paese non gli fu dato di trovare l'abate, del quale cercava. Gli fu detto che non dimorava nel palazzetto paterno ma in una casina lungo la fossa che va al mare, con una madonnina di gesso al di sopra della porta, presso la spiaggia. Allora, un po' sul trespolo e un po' a piedi, corse al mare. La porta della casina additatagli era aperta. Nell'aspettare tra incerto e imbarazzato, scorse a distanza, nell'atmosfera cupa, una piccola massa più cupa ancora, poi la vide ingrossare, poi avvicinarsi e disegnarsi in una figura scarna, sparuta, vestita in abito talare. Finalmente da quella figura uscì una voce:

- Cìncica!

- Chi è? Tu?... Perchia?... Dopo vent'anni!

- Ho desiderato di vederti tante volte, ma mi è sempre mancato il coraggio. Oggi mi viene da una grande ragione.

È nella nostra confidenza con gli uomini e le cose un punto di arrivo, che una volta raggiunto non si perde mai più, sebbene ne sia interrotta la consuetudine a lungo. Se pratichiamo un esercizio di abitudine, di memoria, di agilità, dopo molti anni di dissuetudine assoluta non siamo più nuovi a un tale esercizio, quando ne ritentiamo la prova. Riprendiamo confidenza con l'amico trascurato, intendiamo la lingua smessa da gran tempo, sappiamo tenerci a galla sull'acqua per l'antica familiarità col nuoto, ci equilibriamo sul caval d'acciaio in grazia del nostro ciclismo remoto. Per questo umano segreto i due antichi amici superarono spontaneamente gli impacci del brusco incontro e dopo breve rassegna delle loro figure mutate sedevano insieme. Erano soli e potevano liberamente parlare.

- Un giovane di buona famiglia milanese - diceva Perchia - si è rivolto a Fortunata e la sposerà, se a lei sarà dato un nome. Per via di quel nostro baratto e della tua generosità nel trattare quella povera figliola, la famiglia si propone di rivendicare in giudizio il tuo nome. Credo, dopo tutto, che il padre del giovane, patrizio ambizioso, non gradirebbe che il tuo, perchè titolato. Oggi è ricorso a Francesco Carrara per iniziare un'azione in questo senso e domani dovrebbe essere lanciato il libello della lite.

- Domando - interruppe l'abate - domando alla tua memoria, non alla tua coscienza, se io mi merito questo.

- Per pietà, non parliamo di merito e di demerito, ma di una grande opera di carità da compiere o di un'irreparabile rovina da far precipitare. Se si guarda al merito, è giusto che io soffra qualunque sacrifizio, ed ecco son pronto a soffrirlo col renunziare alla più cara gioia, che è quella di essere chiamato padre; se si pensa alla pietà, tu non puoi vedere un'onta ma una grande consolazione nel saperti circondato per sempre dalla riconoscenza e dalla tenerezza d'una figliola, benchè non tua.

E si interruppe per una emozione così piena e manifesta, che l'abate tagliò corto sulle ragioni polemiche e riprese l'argomento al punto di maturità in cui si presentava di per :

- Perchia, vedi quest'abito che porto? Quando mi avvidi che le illusioni e le follie, che son poi le ragioni della vita, mancavano in me, lo indossai come una cappa che mi riparasse fino nell'ultimo resto di sensibilità dalle impressioni del mondo e dalle sue lusinghe, e vissi una vita sterile, disperata. Tentai, bada bene, tentai ritrovare una finzione di natura nelle relazioni fortuite con quella innocente che mi voleva padre; cercai di consolarmi di questo nome; ma la natura mi respinse e gridò alla menzogna. E io mi persuasi ancora una volta che in me taceva la sola verità della vita. Mi pareva che non operando alla sua continuazione avessi un debito imperdonabile verso la natura; e di questo debito ho avuto sempre paura. Ho paura di me, della mia infelicità immeritata, intendi? E in quanto a te, lo crederesti? non so odiarti nel sentirti offrire a me quella paternità che non merito; non so odiarti, perchè penso che butti lontano da te un bene che io vorrei possedere; non ti odio, no, ti compiango alla pari di me.

L'argomento era maturo per sua virtù. Perchia corse a fianco dell'abate, gli prese le mani tra le sue e gliele strinse tremando. Non parlavano più, ma piangevano tutt'e due. Poi Perchia riprese a parole tronche:

- Lascia che io ricambi la tua confidenza con la mia. I torti e gli abusi che giustamente mi rimproveri li ho tutti tutti scontati. Io non ho vissuto inutilmente, come tu dici di te, ma sciaguratamente; e quando ero per scontare le mie colpe in una sola, allora ho saputo di essere padre. Non sono stato io che ho immaginato la calunnia della tua paternità; te lo giuro. La povera Massimina era stata da me abbandonata come il fiore che si porta un giorno sul petto e non ebbi più notizia di sorta e tanto meno quella che la nostra breve passione avesse prodotto un frutto. Prima di ieri, intendi bene, io dovevo essere e posso essere tutt'oggi denunziato per la maggiore delle mie colpe e infamato per sempre, quando sono stato chiamato dal Carrara per unirmi a lui in una lite che si voleva iniziare contro di te; e allora ho scoperto che ero padre. Che avresti fatto tu? Avresti disonorato col tuo nome quell'innocente creatura, già promessa a un desiderabile sposo, che l'avrebbe abbandonata? Ho dovuto rinunziarvi; e so io dopo che lotta e con che cuore mi son deciso a questa rinunzia! E allora che mi rimaneva? Correre a te.... battere al tuo cuore.... proporti di dare per vinta una lite ingiusta ma certo non vittoriosa per te.... compiere una grande generosità che basta a rendere utile tutta la vita.

L'abate reclinò il capo sul petto, come vi raccogliesse pensieri e propositi che da tempo vi erano riposti. Poi si riscosse e disse:

- Ripeto che già ci avevo pensato, quando cominciai a provvedere a quella innocente; ma mi pareva di mentire contro la natura e di usurpare un diritto.... giacchè non avevo mai parlato con te. Ebbene, con la natura, con la maligna natura, penserò io a mettermi d'accordo; in quanto all'usurpazione, ora so che sono d'accordo con te. Posso riconoscere per mia la tua figliola.

Era una sottile punta amara di rinfaccio in questa pacata dichiarazione. Perchia non se ne offese. Cinse d'un amplesso gagliardo l'abate e gridò con voce rotta:

- Sii benedetto e felice!

- Felice, no - replicò con profonda tristezza l'altro, - infelicissimo, anzi, fino alla mia ora, che è già segnata; benedetto, forse, quando non sarò più neanche un'ombra nera, da far tristezza alla gente felice.

- E allora?... - riprese con tono delicato e ancor trepido Perchia.

- E allora sono a tua disposizione.

Perchia non lasciò passare l'attimo propizio. Pregò e convinse l'amico a partire con lui per Lucca senza aspettare la luce del giorno.

 

 

 




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