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Giovanni Rosadi
Note in margine

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VII.

 

La mattina, per tempo, Perchia si presentava al maestro insieme all'abate. Pareva che lo sciagurato, sottratto dal signor Davino all'osteria la mattina precedente, digiuno fino da quell'ora, disfatto dalla lotta interna, scomposto nell'abito e all'aspetto, avesse viaggiato un giorno e una notte. L'abate, scarno, sparuto, sciatto nella sua veste talare, insueta ai riti, avesse viaggiato tutta la vita, legato dietro al carro del suo amico dominatore. A quella vista Francesco Carrara comprese la verità in un solo pensiero, che compendiava il resultato del suo geniale espediente. Sicchè non seppe trattenersi dall'esclamare:

- To! il lupo e l'agnello.

Poi si riprese, per non mostrare di aver troppo compreso:

- Volevo dire, l'avvocato e l'avversario.

Allora Perchia si fece a esporre cautamente che l'avversario aveva buone riserve da fare su quella paternità, quali non mancano mai di fronte a certe donne e certe avventure, ma che per la felicità di una povera innocente e col desiderio di coronare mercè un ultimo atto di magnanimità tanti benefizi usati a lei, era pronto a riconoscerla per sua figliola. Questa, soggiunse, non chiede di meglio; lo sposo e il padre non cercano che questo; sicchè l'affare è fatto.

Il Carrara riguardò l'abate, ripensò al temerario collega senza guardarlo, poi disse:

- Ejus est non nolle qui potest nolle([1]).

Poi domandò seriamente all'abate:

- Siete risoluto?

L'abate assentì senza sforzo.

- Di riconoscere quella figliola per vostra figliola?

L'abate confermò con franchezza il suo assenso.

Allora fu mandato a chiamare e venne poco dopo un vecchio e unto notaio, con gli occhiali a stanghette d'oro, con un farsetto a lungo taglio. Il vecchio si cavò dalle tasche capaci di dietro alcuni fogli filogranati, penna d'oca e calamaio in astuccio tondo di tartaruga, e stese l'atto del riconoscimento. Uno dei testimoni fu il signor Davino, punto soddisfatto di quel modo di risolvere le liti, senza bisogno di una pagina della sua scrittura; l'altro fu lo stesso Perchia, che al contrario mostrava una piena soddisfazione. In quella stanza angusta, foderata delle barbe ingiallite dei Cuiacio, dei Bartolo, degli Accursio, dei Molineo, alla luce calante dalle prossime mura della città ducale, dritta in mezzo e dominante su tutti la maestosa figura del giureconsulto altissimo, la scena formava un quadretto storico di perfetto color locale.

Quando Perchia e l'abate furono per uscire, il Carrara parve voler dire qualche cosa di sentenzioso, che compendiasse lo strano avvenimento e lo suggellasse in un aforisma di umana esperienza. Sorrideva nel congedare quei due opposti modelli di temerità e di debolezza, fatti l'uno per l'altro; cercava evidentemente qualche parola e mostrava di non trovarla. Infatti ne disse due o tre che confusamente gli vennero alla bocca, traendole da una circostanza esteriore e secondaria. Osservando gli abiti scomposti e particolarmente le camicie sudice dei due amici, disse:

- Un'altra volta, quando venite davanti al notaio per un atto solenne, mutatevi almeno la camicia.

Cìncica e Perchia girarono qualche tempo per la città mesta, mentre il cielo coperto li chiudeva dentro il rigido cerchio come in un cofano perfettamente chiuso, tra i riflessi della doratura sbiadita e le traccia stanche dello stile impero. Avevano ripreso la dimestichezza di vent'anni innanzi e giravano le strade come a quel tempo quelle di Siena e di Pisa. Perchia ne profittò per esercitare l'ultima influenza di incubo predestinato sul succubo obbediente. Tornò a confidare all'abate la sua imminente rovina, che sarebbe stata inesorabile se i tre malfattori non avessero ottenuto la somma dovuta da lui. Avuta promessa di essere salvato, nel colmo dell'incoscienza e quasi per darne un saggio perfetto, volle ritornare sulle parole del maestro e osservò:

- Che avrà voluto dire il professore con quella raccomandazione di mutarci la camicia? Se io mi mettevo la tua camicia e tu ti mettevi la mia, non era forse lo stesso?

 

 

 




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